L’ANTICRISTO CHE DEVE RITORNARE

 

 

Gli anticristi

(nelle Lettere di S. Giovanni apostolo)

 

 

A cura del diacono

 

 

 

 

LORENZO VENTRUDO

 

 

 

 

 

 

 

(Stralcio da: Lorenzo Ventrudo, L’Anticristo che deve ritornare, Fede & Cultura, Verona 2010, pp. 56-84).

3. Comparazione esegetica riferita esplicitamente all’Anticristo: 1Gv 2,18-25

3.1 Sezione dottrinale

Alle necessarie introduzioni e premesse presentate, fa qui di seguito l’esposizione del fondamento esegetico comparativo quale pregiudiziale metodologica ai fini dell’elaborazione della problematica dottrinale sull’A. Cominciamo con il riportare per esteso il testo biblico della 1Gv 2,18-25:

18Figlioli, è l’ultima ora. Avete udito che l’anticristo deve venire ed ora (realmente) molti anticristi sono già sopraggiunti; da ciò (quindi) sappiamo che è l’ultima ora.

19Essi sono usciti da noi, ma non erano dei nostri; se infatti fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; ma doveva essere manifestato che tutti (insieme) non sono dei nostri.

20Ma voi, avete l’unzione che viene dal Santo e avete tutta la Scienza.

21Non vi scrivo perché non avete conoscenza di essa e perché nessuna menzogna è dalla verità.

22E chi è il mentitore se non colui che nega che Gesù è il Cristo? (Proprio) questo è l’Anticristo, colui (cioè) che nega il Padre e il Figlio.

23Chiunque nega il Figlio, non ha il Padre; chi confessa il Figlio, ha il Padre.

24Quanto a voi, rimanga in voi ciò che avete udito fin dal principio. Se in voi rimane quello che avete udito fin dal principio anche voi rimanete nel Figlio e nel Padre.

25È questa la promessa che egli ha fatto a noi: la vita eterna.

Sul genere letterario del testo c’è diversità d’opinioni fra gli studiosi. Alcuni di loro (B. Prete, A. Feullett, R. Bultmann) propendono per la lettera o genere epistolare in seguito alla distinzione proposta da A. Deismann fra lettera ed epistola. Per altri studiosi si tratta d’omelia, catechesi (F.M. Braun, Löhemeyer, Dod, Reuss). Per R. Schnackenburg, uno dei maggiori biblisti del nostro secolo, si tratta invece di uno scritto esortatorio, poiché l’autore distingue fra giusti e peccatori sull’evento salvifico che per l’uomo si realizza nel battesimo e lo fa passare dalla tenebra alla luce.

Sulla struttura del testo si registrano due tendenze opposte tra gli studiosi. Per alcuni (E. Löhemeyer, F.M. Braun) la lettera comprende un piano organico e ben strutturato. Per R. Bultmann e J. Michl, la lettera presenta, invece, una divisione meno sistematica. Altri ancora propendono per una posizione mediana. In particolare B. Prete, propone un suo schema strutturato in modo tale da tener conto delle risposte da dare nella lettera "ai bisogni concreti della comunità credente, insidiata dall’insorgere in essa di questi falsi maestri". Infatti, sempre secondo l’a. citato, riesce "difficile stabilire un principio logico coordinatore dell’intera lettera, perché essa, considerate le cause che l’hanno determinata, non si preoccupava di offrire un’esposizione progressiva e logica delle dottrine, nè una confutazione sistematica degli errori degli pseudomaestri che si trovavano nella chiesa".

D. Moody Smith, docente emerito di Nuovo Testamento presso la Duke Universty, di Durham e noto studioso del quarto Vangelo, riporta il seguente commento alla prima lettera di Giovanni: "Martin Lutero ne ha dato un giudizio eloquente e profondamente vero: ‘Questa è un’epistola straordinaria. È capace di risollevare i cuori afflitti. Non solo, ma ha anche lo stile e il modo di esprimersi di Giovanni: veramente ci dipinge Cristo in maniera splendida e delicata’".

Per ciò che attiene i destinatari della lettera, gli studiosi ritengono che si tratti di pagani convertiti al Cristianesimo (cfr. 1Gv 5,21). Infatti, gli errori che insidiano la loro fede sono rappresentati da speculazioni gnostiche che serpeggiavano nel mondo ellenistico, non già da errori divulgati dai giudeizzanti. Questi maestri di falsità negavano principalmente il fatto e la realtà dell’incarnazione, non già il messianismo e la divinità di Cristo, come i giudeizzanti.

Alcuni commentatori, ritengono che non ci sia certezza su chi fossero in effetti i destinatari delle lettere e che di tali gli oppositori, definiti "anticristi" non si sa in che cosa veramente essi credevano. Gli studiosi concordano sul fatto che gli anticristi scismatici avevano delle visioni cristologiche distorte ed eretiche (eresia gnostica); con la loro dottrina, ritenevano che il Cristo sembrava umano e che il Cristo divino potesse essere separato da Gesù umano. Tali oppositori applicavano a se stessi le promesse di Gesù, che nel quarto Vangelo dichiara che i suoi discepoli sono già di là del giudizio e della morte qui e ora, nel presente. Ne conseguiva una vita caratterizzata da carenza etica. In definitiva essi si ritenevano degli "impeccabili", dei "già arrivati" per aver conseguito la "perfezione" mediante la semplice conoscenza intellettuale del piano di salvezza di Dio; così finivano per negare il peccato il che significava liquidare l’economia della stessa salvezza.

3.2 L’ora degli anticristi

L’A. opera nella comunità dei credenti per mezzo dei maestri dell’errore, i quali insegnano che Gesù non è il Figlio di Dio. L’autore affronta l’argomento centrale della lettera e denunzia l’opera disgregatrice degli eretici. Il tempo della comparsa degli anticristi è definito come "ultima ora". L’espressione evoca riferimenti numerosi e teologicamente qualificati sia nell’A.T. sia nel N.T. R. Schnackenburg definisce "l’ultima ora […] una frase lapidaria, classica espressione apocalittica [...] che reinterpreta in termine d’escatologia finale l’affermazione di Gesù giovanneo espressa in termini di escatologia realizzata (Gv 4,23; 5,25; 16,32)". Ciò che contrassegna l’ultima ora nella comunità di Giovanni è lo scisma. La 1Gv "può voler collegare il momento presente e cruciale della vita comunitaria all’ora della vittoria di Gesù". L’ora, secondo l’esegeta, equivarrebbe all’ora della manifestazione dell’A. In questo senso la 1Gv storicizza l’apocalittica. Sempre sul tema dell’ultima ora, B. Prete ritiene che essa corrisponda al tempo che precede la parusìa, anche se la sua durata è imprecisata. L’ultima ora è, pertanto, contraddistinta da una "durissima ed aspra lotta tra le forze del bene e quelle del male (cfr. 2Tm 3,1; Gc 5,3; Giud 17)". Una precisazione utile all’esegesi del testo (v. 18) è il rilievo dato da U. Vanni secondo cui "la situazione alla quale si allude ha una complessità storica notevole". Infatti, "l’inclusione letteraria della frase [...] sottolinea il fatto presente (estin) dell’ultima ora in seguito al verificarsi nella storia (gegonasin) una serie di fatti che, in qualche modo, la esprime trattandosi della presenza storica di tutto un insieme di germi, tendenze che in senso opposto alla verità-valore di Cristo, provocano dei ‘vuoti’ rispetto a questi valori". Secondo lo studioso, sono proprio queste le "tendenze", gli "anticristi", i quali "possono concretizzarsi, quasi incarnarsi in persone concrete per confluire in categorie, paradigmi che vanno al di là e al di sopra delle persone che le possono esprimere [...]. È, quindi, ‘l’ultima ora’ in senso cronologico". Se la situazione storica è davvero tale, prosegue l’a., allora "urge un superamento [...]. L’antitesi tra Cristo e gli ‘anticristi’ dovrà essere superata, eliminata, la storia non potrà sopportarla". Il tema dell’ultima ora è in consonanza con l’altro grande tema biblico degli "ultimi giorni". Anzi, sembra esserne una sua specificazione storico-temporale. B. Vawter definisce gli "ultimi giorni" come "periodo intermedio, poiché per l’escatologia cristiana il Messia ‘è venuto, ma verrà di nuovo’".

3.3. Gli anticristi

Sull’esegesi degli "anticristi" pur nelle loro specifiche puntualizzazioni, gli studiosi sono pressoché sostanzialmente concordi. Per B. Prete l’A. è il nemico di Dio e di Cristo che sorgerà negli ultimi tempi per combattere chi appartiene al regno di Dio e vale a dire alla Chiesa. I molti anticristi, sono dunque per l’a. "i divulgatori di dottrine erronee, le quali si distaccano dall’insegnamento apostolico". Infatti, l’"avete udito" (cfr. Mt 24,24) accenna all’insegnamento evangelico trasmesso ufficialmente dagli apostoli e dai discepoli. L’esplicitazione del termine dell’A. è formulata da Vawter secondo cui il termine A. può voler dire "uno che si oppone a Cristo (Messia)" o "uno che sostituisce Cristo". Un’espressione simile si riscontra in Mt 24,23 ss; Mc 13,21 (falsi cristi); parall. 2Ts 2,3-8; Ap 13; 17,7-14.

L’esegeta ritiene poco chiaro il pensiero di S. Paolo, quando parla di un singolo "anticristo" escatologico, perché il suo linguaggio è "largamente mutuato dai tipi veterotestamentari (Ez 28,2; Dn 11,36 etc…). Per lo studioso quindi, "l’immagine dell’anticristo dei sinottici e dell’Apocalisse, implica indubbiamente una collettività di persone". R. Bultmann precisa che "gli anticristi sono gli eretici, e l’Anticristo chi nega che Gesù sia il Cristo (v. 22), chi non lo confessa (4,3) e chi non confessa che Gesù Cristo è venuto nella carne (2Gv 7)". Un’approfondita esegesi sull’argomento c’è offerta dal docente di Sacra Scrittura presso l’Union Theological Seminary e Woodstock College, New York, R.E. Brown secondo cui "la costruzione kathos... kai ricorre qui per la prima volta in 1Gv, ed è stata adoperata in Gv per paragonare ciò che il Padre fece per Gesù con ciò che Gesù fa per i discepoli". Per l’a. citato, la 1Gv intende esplicitare un insegnamento che riguarda l’A. e "che venne da Gesù per mezzo suo, richiamandosi alla tradizione giovannea". È certo che l’A. deve venire. Letteralmente il termine greco erchesthai, può essere tradotto con "viene" come pure con "stava venendo" nel discorso indiretto. Le attese antimessianiche nel N.T., lo descrivono come un "cattivo futuro avversario di Gesù" dalle "caratteristiche proprie di Gesù e, quindi come uno pseudomessia (cfr. Mc 13,5: Molti verranno [erchesthai] nel mio nome dicendo ‘Sono io’)". L’esegeta rileva come nel codice alessandrino e nella tradizione bizantina l’A. è preceduto da un articolo determinativo. Il termine A. ricorre nella Bibbia solo nella 1Gv 2,18-22; 4,3; 2Gv 2, ed esso non si trova come antimessia, né come A., nella letteratura intertestamentaria, nei midrashim o nel Talmud. Nei Padri apostolici, come in Policarpo, si trova in Filipp. 7,1 "ognuno che non confessa Gesù Cristo essere venuto nella carne è Anticristo"; questo passo sembra dipendere da 2Gv 7 e da 1Gv 4,2-3. In definitiva, per l’esegeta, è la scuola giovannea che può aver coniato il termine "anticristo".

3.4 Il rapporto tra gli anticristi
e la comunità cristiana

I maestri d’errore sono identificabili, secondo B. Prete, come "cristiani della comunità destinatari della lettera, i quali non si erano mantenuti nell’ortodossia. I falsi maestri – quindi – pur essendo membri della comunità cristiana, non appartengono ad essa, poichè non hanno la vera fede, nè lo Spirito Santo".

Per il teologo R. Bultmann, dal v. 22 rileva come dall’avverbio di tempo "finalmente", ivi espresso, è "precisata l’eresia da cui la comunità si deve difendere: Chi dunque ha un’idea deformata di Gesù ha di conseguenza un’errata concezione di Dio. Il che significa – prosegue l’a. – che Dio va sempre conosciuto nella sua rivelazione in Gesù. Per l’autore della lettera giovannea – dice ancora Bultmann –non può esserci quindi una fede in Dio staccata dalla rivelazione storica. Negare che Gesù è il Cristo significa dunque negare Dio stesso. Non v’è alcun dubbio che le parole dell’autore (o della fonte) sulla koinonia (1,6s), sul terein tas entolas (2,3s) e sull’amore fraterno (2,9-11) siano rivolte contro gli eretici. Si deve allora concludere che dalla loro dottrina gli eretici derivino conseguenze che mettevano in pericolo o addirittura distruggevano la vita comunitaria e la fraternità cristiana; sentendosi senza peccato (1,8-10) disprezzavano i fratelli che non la pensavano allo stesso modo, non osservavano i comandamenti (2,3s) e violavano l’amore fraterno". Precisa W. Thusing: "Il rimedio salvifico contro quell’inganno di se stessi, il quale non vuole ammettere la propria peccabilità, è che "confessiamo i peccati".

Per B. Prete il v. 22 rileva, identificandolo, il mentitore come chi "insegna che Gesù non è il Messia, il Figlio di Dio inviato nel mondo e con ciò distruggono quell’unità inscindibile che congiunge il Padre al Figlio". Dal versetto 23, quindi, emerge la certezza, secondo l’esegesi di B. Prete, secondo cui non può aversi la "comunicazione con Dio (il Padre) se non si è in comunicazione con Gesù". R.E. Brown, soffermandosi in particolare sul v. 24c, rileva come l’autore della lettera giovannea "nel parlare della negazione dell’anticristo in 2,22d", ha osservato la disposizione "il Padre e il Figlio", mentre nel versetto citato è citato prima il Figlio "probabilmente per il motivo che è tramite il Figlio che il cristiano dimora nel Padre". Il rapporto dialogico tra gli eretici e la comunità cristiana s’interrompe perché divenuto insostenibile. Per Schnackenburg, citato da B. Prete, i falsi maestri non "rimasero" nella comunità "affinchè dovesse essere manifestato che tutti insieme non vi appartenevano. R. Bultmann, citato da B. Prete, traduce il v. 19: ‘Non tutti coloro (che pretendono di essere dei nostri) sono realmente dei nostri’". Questa interpretazione sembra più corretta se rapportata a 1Cor 11,19 e al Cristo quale segno di contraddizione (Lc 2,34). Quindi per B. Prete è l’intero gruppo dei maestri d’errori (tutti insieme) che si è tagliato fuori della vera comunità ecclesiale. R.E. Brown specificando la traduzione letterale del v. 19a "Da noi essi uscirono" (At 20,30; 2Gv 7), esclude "la espulsione o scomunica dei secessionisti, perché la coercizione derivante dall’uso del verbo exrchesthai (Mc 1,26) non è esplicitata". Così per il v. 19b traduce: "Non che realmente fossero dei nostri" che alla lettera è traducibile con: "Ma non che essi fossero da noi". Per l’esegeta, quindi, l’autore della 1Gv dovrebbe dire: "Essi non furono mai realmente illuminati", mentre al v. 19c traduce: "Poiché se fossero stati dei nostri" sarebbero rimasti nella comunità. Al v. 19d "la frase illumina bene il concetto che l’autore ha della relazione tra einai [essere] e menein [rimanere, dimorare] poiché quello che uno è si manifesta in ciò che rimane". Il "rimanere" equivale, quindi, a essere simile a Cristo: "Mentre nessuno schiavo rimane nella casa [oikia], il Figlio vi resta per sempre" (Gv 8,35). Contro la seduzione del peccato e l’apostasia, Eb 3,12-14, esorta: "Partecipiamo con Cristo solo se manteniamo salda la nostra prima fiducia fino alla fine". Tertulliano dice: "Le persone non sono cristiane se non perseverano fino alla fine". Il v. 19e, tradotto letteralmente è: "Ma affinché [alla hina] potessero essere rivelati". Analoga prospettiva è riscontrabile, come accennato, in 1Cor 11,9: "Poiché ci devono [dei] essere fazioni tra voi allo scopo che coloro i quali tra voi sono genuini possano "essere riconosciuti". L’autore della lettera vede, in definitiva, "l’autorivelazione degli anticristi quando si ritirano dalla luce" (Gv 3,21). Anche il v. 19f è tradotto dal R.E. Brown, letteralmente con "Che non tutti sono da voi". Dove il "tutti" deve essere preso in senso collettivo, non distributivo, così che "tutti non sono" significa "nessuno è". Secondo S. Ilario di Poitiers (IV secolo), commentando S. Giovanni dice: "Prima della fine, in quest’ora che Giovanni considera l’ultima, sono usciti dalla Chiesa molti eretici, che egli reputa come molti anticristi, così alla fine usciranno da essa tutti coloro che non appartengono a Cristo, ma all’Anticristo, e allora si manifesterà". Analogamente S. Agostino osserva che segno della fine, per altro difficilmente verificabile umanamente, sarà il raggiungimento critico del numero di coloro che faranno parte del popolo dell’Anticristo. Infine, ma la serie degli studiosi potrebbe essere estensibile, R. Bultmann rileva come "gli eretici provengono dalla comunità, e tuttavia non ne sono figli naturali; cioè con il loro essere non hanno mai appartenuto realmente ad essa: Perché, come dice 1Gv 19b, se avessero appartenuto realmente con il loro essere, nell’ottica dell’autore, avrebbero conservato la retta fede". Il v. 19, intende, in definitiva, invitare la comunità a esaminare criticamente se stessa.

Infine, citiamo il recente commento di Hansjörg Schmid che sulla 1Gv puntualizza quanto segue: "Il mondo del 1° Giovanni è apocalittico e il fatto che chiama anticristi gli oppositori (2,18; 4,3), falsi profeti (4,1) e seduttori (2,27), dimostra che la loro presenza nel contesto apocalittico/escatologico, è centrale. Essendo l’ultima ora, tempo di urgenza, anche se essa non è caratterizzata dalla catastrofe escatologica, Giovanni esorta la comunità a discernere i tempi per la decisione definitiva di appartenenza dato il contesto cristologico/anticristologico, dell’opposizione di "confessione e di negazione di Cristo e Anticristo, della verità e della menzogna".

3.5 Spirito Santo e Tradizione
nella comunità cristiana

Gli studiosi concordano nel ritenere che tutti i cristiani membri della comunità destinataria della lettera giovannea, veri cristiani ed eretici, fossero dei battezzati e che ambedue le parti in lotta affermavano di credere in Gesù e di onorarlo. Con riferimento all’"unzione" di cui al v. 20, l’esegesi di B. Prete afferma che il termine unzione espresso "in forma simbolica è riferito al dono dello Spirito Santo che ogni credente riceve nel battesimo (cfr. At 2,38; 2Cor 1,21). Comunque la 1Gv non allude – però – al sacramento del battesimo (l’unzione battesimale), ricevuto anche dagli eretici, ma al dono dello Spirito Santo che possiede il credente. È l’unzione dello Spirito Santo – pertanto – che consente ai cristiani di avere la vera conoscenza, cioè di discernere tra verità ed errore, tra ortodossia ed eterodossia (cfr. Gv 14,17-26; 15,26; 16,13). Quindi è lo Spirito Santo che dà al credente la conoscenza (gnosi) della rivelazione (1Cor 8,1-10)". Secondo R. Bultmann, l’autore della lettera giovannea intende imprimere al sacramento dell’unzione un nuovo significato, come riferito anche al v. 18 con la figura apocalittica dell’Anticristo: "Il crisma non indica – pertanto – un fenomeno storicamente osservabile; la storicizzazione avviene in quanto l’autore interpreta il crisma come un’esperienza reale, riferendola allo Spirito Santo ricevuto dal credente che gli consente la conoscenza che sa di possedere". R.E. Brown ritiene che la 1Gv, al v. 20a, avendo parlato degli "anticristi" alla terza persona, l’autore intende qui rivolgersi direttamente ai suoi seguaci: kai hymeis. Rispondendo in modo riassuntivo alla problematica sull’unzione, lo studioso afferma che probabilmente l’autore della 1Gv si riferisca ad una "unzione con lo Spirito Santo [...] figurativa o fisica (più probabile), – che era quasi certamente connessa con l’entrata nella comunità" poiché il dono elargito da Cristo faceva di una persona un cristiano. Alla lettera, per l’a. citato, il v.20b va così tradotto: "E voi tutti (pantes) conoscete", o "E voi (pl) conoscete tutte le cose (panta)". Il contesto starebbe a indicare che l’autore vuole dare sicurezza ai suoi seguaci di fronte alle affermazioni secessioniste sulla conoscenza. "A lui – secondo R.E. Brown – sembra logico dedurre da chrisma ricevuto dai suoi seguaci [sia] il fatto che perciò tutti hanno conoscenza, così che non devono sentirsi confusi di fronte alle affermazioni degli anticristi". Per B. Vawter, l’apostata non ha mai posseduto lo spirito del cristianesimo. I fedeli cristiani con il dono dello Spirito Santo (cfr. 1Sm 16,13; Is 61,1) hanno la conoscenza (Is 11,2) e sono guidati alla pienezza della comprensione della verità (Gv 14,26; 16,13-15): "In unione con lo Spirito di Dio, i veri cristiani possono riconoscere la verità perciò che è e la falsità per ciò che non è, e comprendere che gli anticristi non hanno niente in comune con loro".

Il v. 25 è tradotto alla lettera da R.E. Brown in questi termini: "Che egli (autos) promise a noi, vita eterna [...]. Il sostantivo epanghelia (promesso), che corre 52 volte nel N.T. – prosegue lo studioso – collegato alla parola epanghellein, significa non tanto l’azione di fare una promessa (inclusa nel verbo), quanto il contenuto promesso". Nel v. 26b i secessionisti sono descritti come "coloro che ingannano" il che equivale a "rafforzare la loro connessione con l’anticristo". Sempre l’a. citato, rileva come dei sette esempi giovannei di pseustes (mentitore) "questo è l’unico con l’articolo determinativo, che normalmente rappresenta un segno che l’autore sta parlando di una persona o particolare". Questa precisazione letteraria la riterremo, tra le altre ipotesi riscontrabili in altri testi, importante ai fini dell’individuazione personale (e collettiva) dell’A. Per Schnackenburg, citato da Brown, afferma che il mentitore "non è un’espressione fissa quale ‘l’anticristo’". In ogni modo, ribadisce, però, Brown, Gv 8,44-55 applica pseustes al diavolo. È quindi possibile che l’"anticristo", il "mentitore", l’"iniquo" (ho anomos di 2Ts 2,8-9) siano titoli comuni per l’anticipato oppositore degli ultimi tempi. In 2Gv 7, "l’ingannatore" (ho planos) è in parallelismo con "l’anticristo"; in 2Ts 2,11 Dio manda un grande "inganno (planè) così che essi – cioè quelli che vanno in rovina – crederanno alla menzogna" come i seguaci dell’"iniquo", mentre in Mt 24,4-5, dei falsi cristi è detto che "ingannano molti". L’aoristo epistolare del greco, nota B. Prete, equivale alla rivelazione che è designata dalla verità. In definitiva esiste un’incompatibilità tra la menzogna degli anticristi e la verità interiorizzata nel credente dallo Spirito Santo. Garante di tutta la progressiva comprensione della verità è a questo punto la Tradizione. "L’adesione alla dottrina che ‘esistette’ fin da principio – nota R. Bultmann – è l’unico mezzo per conservare la vita in Cristo". Tutti gli studiosi concordano nel ritenere che la dottrina che i destinatari della lettera hanno appreso, sia per mezzo del rapporto di determinazione esistenziale instaurato tra il credente e lo Spirito Santo, sia per la trasmissione fedele risalente alle origini della comunità cristiana di cui fanno parte, sia corrispondente ai canoni dell’autenticità derivante primariamente dalla testimonianza oculare ed auricolare dei testimoni di Cristo.

3.6 Commento alla 1Gv 2,18-25

Prima di formulare qualche considerazione critica utile alla ricerca sull’A., si ritiene opportuno, anche per sequenza logica con quanto riportato precedentemente sulla comparazione esegetica, esporre in sintesi i punti qualificanti della dottrina così come emergono nella lettera giovannea (1Gv 2,18-25). All’autorivelazione del Dio-Amore, Dio-luce, deve corrispondere, da parte dei credenti, un impegno sintonizzato su coordinate d’amore e di luce. All’origine della koinonia dei credenti sta la fede. Nell’interpretazione di B. Prete, per i credenti ne conseguono degli imperativi di risposta per cui essi devono: a) camminare nella luce (1,6-7); b) fare loro la norma di vita che è precipua di Dio: la giustizia e la santità (2,20; 3,7); c) rimanere nell’amore (4,16) osservando i comandamenti (2,3-7; 3,22-24; 5,2-3) e amando i fratelli (2,10; 3,10-18; 2,23; 4,7-8). Sempre per lo studioso citato, la vita nella teologia giovannea è intesa come:

a) nascita della vita in Dio;

b) comunione con il Padre e il Figlio;

c) conoscenza di Dio, intesa esistenzialmente;

d) vita eterna iniziata nell’esistenza terrena;

e) realtà misteriosa.

Procedendo nell’esemplificazione dei commenti, precisiamo che il criterio adottato per la loro citazione consiste nel tener conto degli apporti significativi finalizzati alla ricerca tematica in corso e che pertanto ne omettiamo quelli ritenuti ad essa non specificatamente pertinenti o perché largamente noti, nonostante talvolta gli stessi commenti siano anche autorevoli. Sono state riportate anche quelle citazioni, che, anche se apparentemente sembrano non possano interessare nell’immediato la tematica sull’A., comunque possono rendere un servizio ai lettori, e in particolare alla Chiesa, che in un unico testo possano in qualche modo trovare elementi conglobati, atti alla sistematizzazione dottrinale sull’A. Con questo intendo, si ritiene citare R.E. Brown che pare centri l’interesse della nostra problematica in modo più approfondito e organico. Ne citiamo pertanto, gli argomenti pertinenti alla nostra ricerca tenendo conto delle enucleazioni che ne fa l’a.:

I secessionisti come l’anticristo dell’ultima ora (2,18-19). L’autore della 1Gv, influenzato dalle classiche espressioni apocalittiche "gli ultimi giorni" e "l’ultimo tempo", parla del compimento di quell’ora che viene come "l’ultima ora". Egli sa che è presente per il motivo che il grande avversario del tempo finale, l’anticristo, ha, infatti, fatto sentire la sua presenza. La secessione o scisma dei fratelli, diventati falsi profeti (2,26; 3,7) corrisponderebbe alla manifestazione dell’anticristo. L’autore della 1Gv ha cominciato una serie d’identificazioni dell’anticristo che avrebbe avuto erronee ripercussioni nella storia cristiana. S’insegna, inoltre, l’opportunità di non identificare i propri oppositori cristiani come l’anticristo, ma il male dello scisma e della divisione dottrinale; per l’autore, i suoi avversari sono apostati, e apostasia è un segno degli ultimi tempi.

b) L’unzione come riassicurazione contro le menzogne secessionistiche (2a, 20-23).Ciò che ha fatto esplodere la secessione, è stato il problema cristologico. L’autore della 1Gv riconosce che gli avversari, quando cominciarono la loro vita cristiana, sono stati unti con lo Spirito Santo, dono di Cristo, che guida alla verità tutta intera (Gv 16,13). Quindi i secessionisti, prima d’autoescludersi dalla comunità giovannea, ne erano membri.

Per l’autore della 1Gv, gli avversari non hanno ascoltato lui e la comunità, perché non avevano una "conoscenza" di Dio (4,6), il cui Spirito confermava l’interpretazione giovannea del vangelo, per il motivo che lo Spirito ispirò quell’interpretazione. I cristiani della comunità giovannea, restati fedeli alla tradizione, sono capaci di dimorare in Cristo perché l’unzione, ricevuta per mezzo dello Spirito Santo, dimora in loro e li abilita a distinguere la verità cristiana dalla menzogna degli anticristi. Ungere con lo Spirito Santo era sicuramente associato all’"unzione" di Gesù per mezzo dello Spirito nel suo battesimo (At 10,8). All’entrata in comunità, i cristiani giovannei, compresi gli scismatici, confessavano: "Gesù è il Cristo, Figlio di Dio", e perché vennero unti (con lo Spirito) quando fecero per la prima volta quella confessione, tale unzione avrebbe dovuto mantenerli fedeli alla vera cristologia implicita nella comprensione giovannea della confessione. Perché non fu così?

c) La tradizione come riassicurazione contro l’inganno secessionista (2,24-26).

L’autore propone come riassicurazione contro i secessionisti due grandi criteri:

– l’unzione con lo Spirito;

– la tradizione delle parole di Gesù: "Ciò che udiste dal principio".

Ambedue devono dimorare nel cristiano: Gesù parla di "dimorare" riguardo alle sue parole: "Se dimorate nella mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" (Gv 8,31-32; come in 1Gv 2,20-24).

Analogamente Gv 14.16-17.26 (lo Spirito di verità) che "v’insegnerà ogni cosa". I secessionisti sono dei "progressisti" (2Gv 9) che davano maggiore ruolo alla capacità dello Spirito di interpretare la tradizione in modo nuovo, tanto da distorcerne il significato originale.

d) Il rifiuto di maestri come riassicurazione contro i secessionisti (2,27). Poiché l’unzione del cristiano dispensa dalla necessità di un maestro (in 1Gv 2,27 è detto che non è necessario nessun capo di maestri), molto probabilmente, l’autore sta fondandosi sulle promesse di Gesù che il Paraclito insegnerebbe tutte le cose e guiderebbe i cristiani giovannei per la strada della verità tutta intera (Gv 14,26; 16,13). Alla base c'è la mentalità che questa è l’"ultima ora, quando una guida divina diretta sostituisce intermediari umani (cfr. Ger 31,34.38; Is 54,13)". In definitiva l’autore giovanneo ha voluto affermare che la Chiesa deve vivere in una tensione tra maestri autorevoli e lo Spirito che illumina i singoli cristiani giacché com’esiste un’unzione di Cristo che "insegna ogni cosa" (1Gv 2,20.27), dando a ogni cosa un’interpretazione nella luce di Cristo, così esiste un’unzione dell’Anticristo che insegna ogni cosa secondo l’interpretazione satanica che ne fa d’ogni cosa.

3.7 Riflessione critica sui contenuti
della lettera giovannea

3.7.1 Gli anticristi e l’ultima ora

Gli avvenimenti storici realmente accaduti e vissuti dalla comunità cristiana destinataria delle lettere giovannee, consentono all’"autore" di cogliere l’occasione di esprimere una riflessione teologica atta a costituire un utile insegnamento alla Chiesa abilitata a esercitare il discernimento critico degli spiriti e degli eventi storici che si ripresentano, pur nella loro irripetibilità perché mai riproducibili identicamente a se stessi, nell’ultima ora, imprecisata, intesa come escatologia intermedia o tempo della Chiesa precedente la parusìa del Signore.

L’ultima ora è caratterizzata dalla presenza di una lotta apocalittica, cosmica, storicizzata (R. Schnackenburg) e cioè nel senso che la lotta si autorealizza nel tempo della Chiesa. Essa è l’ora del giudizio (Mt 24,36.44.50 e par.; Gv 5,25.28). L’ora messianica, di fatto, è inaugarata da Gesù stesso. Le tappe intermedie della "dilatazione" temporale di quest’ora sono scandite secondo un piano cosiddetto economico o politico prestabilito da Dio. A questo piano, teso alla salvezza dell’uomo e alla sua divinizzazione, si contrappone un contropiano anch’esso scandito da interventi paralleli ma antitetici al regno di Dio, realizzati da Satana, teso a distruggere l’uomo, a demonizzarlo. Gli interventi satanici sono comunque sottoposti inesorabilmente sotto una costante e rigida logica di controllo di Dio che guida il corso della storia (At 1,7). I cristiani di tutti i tempi non hanno nulla da temere perché "ha vinto il Leone della tribù di Giuda, il Rampollo di David" (Ap 5,5; Gv 16,33); "Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza" (2Tm 1,7); "Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?" (Rm 8,31).

Nelle Tavole nn. 2-3, (Cfr. CD accluso nel Libro citato) quale anticipazione sinottica delle tematiche oggetto del lavoro, è evidenziata la lotta tra Cristo contro Satana e il suo Anticristo. Esse sono state tratte da sintesi esegetiche di J.T. Forestell, docente di Sacra Scrittura Basil’s Seminary Toronto, Canada, O. Da Spinetoli e da S. Tommaso D’Aquino.

L’ultima ora denota, quindi, una compresenza, nella Chiesa, di forze antagoniste i cui schieramenti progressivamente esplicitano il loro campo d’appartenenza. Il problema cristologico è in definitiva il segno di contraddizione che fa esplodere le contraddizioni secessioniste. La lotta tra il Cristo e l’A. si attua secondo una precisa logica di pianificazione degli eventi che si concretizzano sul piano della storia. L’insorgenza degli anticristi, che sono divulgatori d’eresie e che inducono gli uomini all’apostasia (Mc 13s; 21s; Mt 24,11par.) sono appunto degli eterodossi, membri della stessa comunità cristiana, almeno fino a quando la compresenza resta nei limiti della tollerabilità. Questi hanno ricevuto nel battesimo il dono dello Spirito Santo. Con la loro vita non conforme agli imperativi evangelici, tra cui quelli etici, e con la loro ostinatezza dottrinale, sembra appunto che nell’assunzione d’atteggiamenti concreti negativi, abbiano, di fatto, impedito ai doni ricevuti dallo Spirito Santo di fruttificare evangelicamente, tanto da costituire serio pericolo di distruzione per la stessa vita comunitaria minando insidiosamente la fraternità cristiana: "Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili": 1Pt 5,5; "Ma il mio popolo non ha ascoltato la mia voce, Israele non mi ha obbedito. L’ho abbandonato alla durezza del suo cuore, che seguisse il proprio consiglio" Sl 81 (80).

Gli anticristi, i falsi profeti e falsi maestri, sono facilmente individuabili nell’ottica dell’insegnamento biblico e in particolare neotestamentario. L’essere "nato da Dio", secondo R. Schnackenburg, comporta: "Vocazione eterna, realizzazione sacramentale e conferma morale" ("tre costellazioni di pensieri"). Senza la compresenza dei tre momenti che stabilisce il concetto giovanneo della figliolanza divina, ci si auto-esclude dall’appartenenza cristiana. La loro connotazione specifica è caratterizzata da un "vita immorale" pervasi da "desiderio di ricchezza" (2Pt 2,2), imbroglioni che diffondono "eresie disastrose" (2Pt 2,1). Sono "spavaldi e superbi", "fanno discorsi gonfiati e vuoti di significato", "promettono libertà, ma in realtà essi stessi sono schiavi della corruzione" (2Pt 2,10-19). Gli anticristi, sono ben qualificati nella caratterizzazione descritta dalla lettera di Giuda (1,1-17). Essi sono uomini malvagi, bestemmiatori, dissacratori, impostori, immorali: offendono il loro corpo, disprezzano l’autorità del Signore e insultano gli esseri gloriosi del cielo; si comportano seguendo le loro passioni malvagie; gente dominata dagli istinti e non guidata dallo Spirito di Dio; sono essi che provocano divisioni; con il loro pernicioso modo immorale di vivere, di pensare e diffondere eresie, si "oppongono a Gesù Cristo" e perciò sono anticristi-cainiti per discendenza-vocazione proprio perché "hanno preso la strada di Caino".

Insomma gli eretici sono di quelli che non servendo Dio, se ne servono di lui; non ragionando come Dio, si autoaffermano con esaltazione di mezzi umani. Così, è prevedibile che alla fine della fine degli ultimi tempi, tale processo ereticale (apostasia) potrà rendere operativa l’ipotesi teurgica di asservire Dio e di servirsi di Dio per l’autoglorificazione finale dell’uomo contro Dio e che s’identificherà nell’A. finale. Di fatto gli anticristi, pur essendo inseriti temporaneamente nella comunità cristiana, non vi sono, di fatto, mai appartenuti, altrimenti avrebbero conservato la retta fede. Essi sembrano pervasi specificatamente da uno spirito di superbia e di vanagloria. Nè, d’altronde, essi hanno evidenziato segni di conversione. Col pentimento, con la pienezza dell’esercizio dei mezzi di grazia e con l’intercessione della preghiera dei santi e della comunità, avrebbero potuto ottenere dal Signore il perdono e con esso forse una nuova possibile effusione liberatrice del suo Santo Spirito e consentire così il pieno ripristino della comunione fraterna e di tutto il potenziale di grazia ricevuto in dono, riattivandolo per l’ulteriore edificazione comunitaria.

L’apostasia attivata con azione disgregatrice e distruttrice dagli anticristi consente alla comunità cristiana ortodossa, autocriticandosi, di pervenire all’interpretazione autentica dei segni dei tempi perché avvenente nello Spirito. È stata l’effusione dello Spirito Santo che, riversata nei cuori dei veri cristiani, congiunta alla fedeltà agli insegnamenti canonizzati nella Tradizione, anch’essa ispirata, e alla fedeltà della sequela cristiana, a garantire la comprensione interpretativa attualizzata in quegli eventi esperienziali autorealizzantesi escatologicamente. Gli errori dei falsi maestri hanno prodotto solo divisione e infedeltà che non possono certamente derivare dall’opera dello Spirito Santo ma da interventi di matrice diabolica. È probabile che l’attivazione dell’effusione dello Spirito Santo, pur sempre nella libera scelta di Dio, comporti un’elargizione suppletiva di carismi che di per sé non dipendono dalla santità personale. In ogni modo, secondo l’esperienza maturata nella Chiesa, normalmente Dio concede detti carismi, anche straordinari, a persone o comunità, che pur difettose, abbiano propensione alla santità.

La presenza costante degli anticristi che segnano la drammatica lotta perdurante nel tempo della Chiesa, rivela come l’apostasia sia operante fino al raggiungimento del suo limite invalicabile. La compresenza costante degli anticristi nella comunità cristiana è prefigurata dalla compresenza di Giuda nella comunità degli apostoli (Gv 13,10-11); questa presenza è contrassegnata per tutto il tempo della Chiesa, così com’è adombrata nella parabola della zizzania (Mt 13,24-30).

Il promotore per eccellenza dell’apostasia è Satana, l’ingannatore dell’universo e l’usurpatore dell’autorità di Dio. Secondo Ireneo (Adversus haeres, Contro le eresie), Satana fu creato buono come gli altri angeli, ma è stata sempre una creatura ontologicamente inferiore e subordinata a Dio. In conseguenza di "quel misterioso peccato d’origine, commesso per istigazione di Satana, che è ‘menzognero e padre della menzogna’ (Gv 8,44) – scrive Giovanni Paolo II –, l’uomo è permanentemente tentato di distogliere il suo sguardo dal Dio vivo e vero per volgerlo agli idoli (cfr. 1Ts 1,9), cambiando ‘la verità di Dio con la menzogna’ (Rm 1,25); è allora offuscata anche la sua capacità di conoscere la verità e indebolita la sua volontà di sottomettersi a essa. E così, abbandonandosi al relativismo e allo scetticismo (cfr. Gv 18,38), egli va alla ricerca di un’illusoria libertà al di fuori della stessa verità". In particolare, secondo H. Schürmann, Satana tenterà in modo inaudito l’umanità nel tempo finale del suo dominio per sospingerla alla "caduta unica e definitiva"; in questo drammatico contesto, si farà pressante l’invocazione a Dio perché non consenta di cadere nella tentazione suprema (Mt 6,13) in modo da essere così "preservati dalla perdita della fede". Tutte le attese antimessianiche del N.T. descrivono l’A. con caratteristiche proprio di Gesù e quindi come pseudomessia (cfr. Mc 13,5). Per R.E. Brown, citato, tra gli anticristi e l’A. esiste una relazione d’interdipendenza per cui l’insieme degli anticristi è subordinato alla potenza satanica dell’A. inteso in senso del tutto personale, ma anche collettivo quando è sorpreso nell’esercizio di capo del popolo anticristiano, poiché "l’anticristo", il "mentitore" e "l’iniquo" (ho anomos di 2Ts 2,8-9) sono "titoli comuni per l’anticipato oppositore degli ultimi tempi".

La tesi di questo lavoro vuole tendere proprio al sostegno della fondatezza teologica secondo cui gli anticristi operanti nella Chiesa sono prodromi e anticipazione di ciò che l’A., finale e del tutto personale, farà alla fine degli ultimi tempi allorquando chiamerà a raccolta tutto il suo popolo per infliggere alla Chiesa una persecuzione inaudita. Il popolo degli anticristi e lo stesso suo capo, l’A., agiranno con simbiosi satanica.

Alla fine, quindi, dell’ultima ora, per il prevalere dell’apostasia e per il verificarsi d’eventi che esamineremo, la guida dei veri cristiani, sarà solo lo Spirito Santo perché non saranno più ammessi intermediari umani (cfr. Ger 31,34.38; Is 54,13) dato appunto lo specifico e determinato contesto storico. Se quest’ultima e autorevole esegesi citata di R.E. Brown, si mostra fondata biblicamente, ne consegue una formulazione ipotetica altrettanta biblicamente fondata e consistente nel ritenere logicamente consequenziale, una "inammissibile" intermediazione umana del tutto singolare, non collettiva.

Secondo la Tradizione cattolica è Pietro e il suo successore a essere stato prescelto dal Signore a esercitare uno specifico servizio d’autorità-carità nella Chiesa, sacramento universale di salvezza. Questa figura ministeriale dovrebbe quindi venire a cessare violentemente in conseguenza di un tentativo diabolico, messo in atto storicamente, e probabilmente dallo stesso A., tendente a liquidare la Chiesa definitivamente, cosa impossibile per decreto divino, a cominciare dal vertice strutturale portante della Chiesa stessa. Vedremo meglio con approfondimento teologico, il fondamento biblico di quanto fin qui emerso come prima conseguenza di una lettura critica dei testi giovannei.

Infine, riteniamo utile presentare, qui di seguito, una sintesi del Commento alle Lettere giovannee, offertoci da un recente studio di D. Moody Smith, dai contenuti condivisibili per corrispondenza e complementarità con altri commentatori di rilievo, citati:

Effervescenza escatologica: nella 1 Giovanni sembra ravvisarsi la credenza primitiva dell’imminente ritorno di Gesù e nel giudizio finale (2,8; 2,28; 3,2) anche se l’escatologia è ancora un’escatologia realizzata; la presenza degli oppositori è vista come un segno dell’arrivo degli apocalittici ultimi giorni, come indicano i riferimenti all’Anticristo (1Gv 2,18; 2Gv 7). In particolare, l’escatologia della 1Gv è interessante per come espone il dispiegarsi della storia verso la sua fine.

L’incarnazione: Gesù è veramente venuto nella carne e rifiutarsi di affermare ciò è eresia; chi si rifiuta di confessarne la venuta in questo modo sono condannati come anticristi (1Gv 4,2-3; 2Gv 7). Il problema è la carnalità, l’umanità di Gesù, che gli oppositori negano e rifiutano di confessare, ovvero essi negano che Gesù-uomo era il Cristo-Figlio di Dio; essi non negano che Gesù-Figlio di Dio-senza umanità era il Cristo; essi, quindi, non negano che ci fosse un Cristo o che ci fosse un Figlio, ma che l’uomo Gesù fosse veramente il Cristo e il Figlio di Dio. L’insegnamento che ne consegue è che quando la tensione fra l’umanità di Cristo e la sua divinità si allenta, in una delle due opposte direzioni, l’ortodossia è minacciata e la predicazione diviene irrilevante o surreale.

Identikit degli oppositori interni alla chiesa: questi professano di credere, tuttavia sono visti come alleati del mondo, perché appartengono al mondo (1Gv 4,5) e pertanto, di fatto, si identificano con gli oppositori esterni; questi oppositori interni sono anticristi (1Gv 2,18) o falsi profeti (1Gv 4,1) che sostengono una falsa dottrina. Gli anticristi sono caratterizzati da un profilo cristologico distorto e da carenze etiche.

L’Anti-Cristologia: apparentemente docetica, degli oppositori della 1Gv 4,1-3, suggerisce che l’autore possa avere avuto a che fare con uno gnosticismo incipiente o proto-gnosticismo. La dottrina gnostica nega l’umanità di Gesù e la realtà della sua morte. Gli oppositori negavano il significato rivelatorio e salvifico di Gesù. Cristologie di tipo docetico, nelle quali Gesù è umano solo in apparenza (dokein, "apparire"), non sono mai mancate nel cristianesimo popolare e versioni di una simile cristologia abbondano ancora oggi.

Scisma: si registra l’incompatibilità della compresenza, nella chiesa, fra cristiani e oppositori anticristi-seduttori. Brown, apprezzato e citato dall’a., ritiene che detti oppositori rappresentino una corrente della comunità giovannea che si è separata e che si è mossa, teologicamente, nella direzione sbagliata, forse portando con sé la maggioranza. Lo scisma forse è stato provocato da una pretesa ispirazione spirituale assieme a una cristologia docetica.

Rassicurazione/Unzione dello Spirito Santo: l’amore e la luce presenti nella comunità, o comunione, rassicurano di fronte al dubbio e alla disperazione. Contro la sfida rappresentata dalla falsa dottrina degli anticristi-scismatici, Giovanni rassicura i suoi lettori dell’unzione che essi hanno ricevuto dallo Spirito Santo e della sufficienza della loro conoscenza (v. 20). Sembra che l’unzione menzionata nei vv. 20 e 26, si riferisca al battesimo o all’essere segnati con l’olio dopo il battesimo, pratica che più tardi divenne parte del rituale battesimale che accompagnava o precedeva il battesimo. Pertanto, la conoscenza impartita e ricevuta in tal modo, battesimo e insegnamento tradizionale-istruzione catechetica, è definita come perfettamente adeguata e sufficiente (vv. 20.27). L’unzione e la dottrina servono ad aiutare i veri credenti a discernere gli spiriti veri da quelli falsi (4,1-3).

Problemi di giurisdizione e autorità: nella comunità giovannea, anche lo Spirito funge da autorità (cfr. Gv 14,26; 16,13); ma il richiamo allo Spirito si è rivelato una base precaria per una dottrina d’autorità. Gli spiriti vanno messi alla prova sulla base della dottrina che veicolano; ovvero, una falsa dottrina può essere introdotta sotto le mentite spoglie di un’autorità spirituale (1Gv 4,1-3; cfr. 1Cor 12,1-3). L’ortodossia, la retta dottrina, è sostenuta dal ministero ordinato, vescovi presbiteri e diaconi che presiedono all’amministrazione della chiesa; è in questo contesto che il concetto di successione apostolica è sviluppato per affrontare direttamente il problema (1Tm 3,1-7; 4,14; Tit 1,9). Ricordiamo come in ambito cattolico, compete ai vescovi discernere i carismi, ovvero i veri dai falsi profeti, perché essi "hanno ricevuto un carisma sicuro di verità" (Costituzione dogmatica Dei Verbum, Cap. II,8).

3.7.2 Problematica di fondo

Persistono tuttora domande cui si tenterà di dare risposte che non pretendiamo esaustive e cui la Chiesa è provocata a darne una che sia in grado di consentirle una comprensione critica delle presenze al suo interno d’autocontraddittorietà, che le sembrano irrisolvibili nel tempo presente. Certe situazioni di "conflittualità permanente" sono prodotte in conseguenza della lotta cosmica tra le forze del bene e quelle del male.

Nelle lettere giovannee e del resto in tutto l’impianto teologico giovanneo, sembra proprio che tali forze antagoniste vadano sempre più progressivamente radicalizzandosi fino a personificare distintamente individui e schieramenti. In tale contesto, di lotta furibonda, sembra siano escludibili le possibilità cosiddette di "neutralità" o di non "belligeranza" perché tale atteggiamento assunto nel contesto storico di massima escatoligizzazione dell’urgenza decisionale, implicherebbe complicità inammissibili. Quindi le domande di fondo, persistenti, che si pongono nella problematica ecclesiale, possono essere così riassunte:

1. Come mai nella comunità giovannea coesistano cristiani autentici e anticristi o falsi cristi, almeno fino a quando vi si autoescluderanno o ne venissero espulsi legittimamente dalla stessa per preservarne la comunione.

2. Fino a quando durerà la tensione polare degli opposti.

3. La Tradizione come riassicurazione contro gli inganni dei falsi maestri.

4. L’insegnamento profetico per i tempi della fine.

Le risposte non sono facili a darsi, ma tenteremo di darne ugualmente partendo sempre dal loro fondamento biblico. In merito alla compresenza comunitaria, "forzata", tra cristiani ed oppositori anticristiani, una profonda motivazione teologica, spesso non adeguatamente approfondita dagli studiosi, sembra da ricercarsi in Es 12,37-38 (cfr. Nm 11,4; Lv 24,10-14). "Gli Israeliti partirono da Rames alla volta di Succot, in numero di seicentomila uomini capaci di camminare, senza contare i bambini. Inoltre una grande massa di gente, promiscua (epimiktos) partì con loro insieme a greggi e armenti in gran numero". La comunità israelitica coinvolge, quindi, nel suo cammino verso la terra promessa, altra gente per diversità di razza e religione; ovvero Dio associa alla liberazione del popolo eletto anche altri che ne vengono per così dire "trascinati" non solo nel senso di un’emulazione passiva, ma attraverso un cammino di provocazione alla santità per i credenti non ebrei (proseliti) e di conversione verso i possibili associati pagani; al contempo questi costituiscono la "spina nel fianco" per il popolo eletto per mezzo dei quali Dio esercita la sua pedagogia della "umiliazione" e della "prova" di fedeltà alle sue leggi (Dt 8,2-5). Oggi per "gente" può intendersi il "mondo" postcristiano, laico e secolarizzato, scientista e ateo, che si è "configurato e attestato in particolar modo in Occidente, emergendo e contrapponendosi alla matrice religiosa che ha dato origine all’Occidente" stesso. In definitiva tutta l’umanità, secondo il misterioso piano salvifico di Dio, viene e verrà "ebraicizzata/semitizzata" in Cristo. Ogni cristiano facendo memoriale della sua vita antecedente alla sua conversione a Cristo, può ritenersi presente "teologicamente" fra le "genti" coinvolte nella liberazione d’Egitto e dal suo Faraone, e cioè da Satana da lui prefigurato. Dopo la conquista della Terra Santa, gli Israeliti sono cittadini del paese che accolgono gli stranieri in residenza (Dt 10,19) facendone dei proseliti. Analogo riferimento è Dt 32,8 (cfr. Gn 10; At 17,26-27; Tb 13,3.4) nei cui testi è adombrato il "mistero" dello svolgimento del piano di Dio circa la conversione d’Israele (Rm 11,23-26) ritardata ai fini di consentire l’estensione dei benefici della salvezza ai non Israeliti poiché è volontà di Dio "che tutti gli uomini siano salvi e arrivino alla conoscenza della verità" (1Tm 2,4).

Gesù asserisce perentoriamente che "la salvezza viene dai Giudei" (Gv 4,22) dove, "Ebreo" per antonomasia, e lo sarà "per sempre", è lo stesso Cristo. Mentre il rifiuto del Messia da parte della "maggioranza del popolo ebraico e le sue autorità […] ha una portata teologica di cui S. Paolo si sforza di porre in evidenza il senso (Rm 9-11)". Ora l’elezione d’Israele, come grazia, secondo G. Ravasi, è finalizzata alla missione "da espletare nei confronti dell’intera comunità dei popoli". Secondo l’espressione di W.L. Moran, citato da Ravasi: "L’elezione di Israele non è esclusiva ma inclusiva: Esso è l’eletto perché tutti siano eletti".

Quanto alla definizione sul difficile rapporto tra Chiesa e popolo ebraico, lo stesso G. Ravasi, citato, evidenzia il superamento formale della teologia della sostituzione, secondo cui la Chiesa, quale "nuovo popolo eletto da Dio, sostituirebbe Israele nell’economia della salvezza". Il popolo in cammino prefigura la Chiesa peregrinante sulla terra. In essa coesistono "pesci" d’ogni genere "buoni e cattivi" (Mt 13,38-39). Questa tensione polare (Sir 33,15) è ontologicamente persistente e durerà fino alla consumazione dei secoli.

Essendo la Chiesa Corpo mistico di Cristo, prolungamento della sua incarnazione, o, secondo H. Mühlen, e in sintesi, come continuazione dell’unzione di Cristo con lo Spirito Santo, si riproduce analogicamente in se stessa certa costante teologica tipica, riscontrabile nel vissuto storico del Cristo stesso. Infatti, nella sua piccola comunità di discepoli prescelti, sono coesistenti discepoli "buoni" e "cattivi", come ad esempio la compresenza di Giuda, figura tipica anch’essa dell’Anticristo personale. La sua perdurante presenza e la sua perdizione sono concepibili solo alla luce dell’attuazione del misterioso piano di Dio "perché si adempisse la Scrittura" (Gv 17,12).

La Chiesa è per eccellenza il luogo in cui inizia il giudizio di Dio (1Pt 4,17). La dialettica di santificazione si svolge storicamente in una lotta tensionale tra bene-male, luce-tenebre, che è compresente nello stesso uomo in quanto presenza d’autocontraddittorietà permanente (Rm 7,21) che solo la Grazia è in grado di risolvere. L’esito della lotta è scontato: le porte degli inferi non prevarranno contro la Chiesa (Mt 16,18); "il mistero dell’iniquità, è già in atto" (2Ts 2,6) nella Chiesa e dentro l’uomo (Ef 2,2). Ed è proprio l’uomo, o meglio nella libertà dell’uomo, in cui avviene l’appuntamento, lo scontro frontale tra lo spirito del male e l’uomo. Questi, talvolta, con collaborazione spuria, cioè inconsapevole, si fa ribelle all’amore di Dio e a Dio Padre stesso – che "agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti (Col 4,6); lo stesso Cristo "è tutto in tutti" (Col 3,11) – e lo spirito dell’uomo, debole nella carne e pertanto "servo della legge del peccato"; lotta che è già vincente perché l’uomo è sorretto dal primato della Grazia operante per mezzo di "Cristo nostro Signore" (Rm 7,14-25).

A tale proposito, così si esprime, ancora, H. Mühlen: "La nostra esperienza umana individuale e collettiva, è il campo di battaglia tra lo Spirito Santo e le forze contrarie a Dio. Possiamo percepire la vittoria di Cristo e, quindi, anche renderci conto della sua presenza in noi attraverso il suo Santo Spirito; solo quando noi ci rendiamo conto di ciò, lui vince in noi. Chi ignora gli impulsi negativi in sé, nelle sue esperienze con gli altri, nella società, attraverso le convenzioni e le tradizioni e li esclude dal suo ‘campo di percezione’, non avrà alcun modo di sperimentare in sé lo Spirito Santo".

Sant’Ireneo, vescovo (cfr. "Contro le eresie; lib. 5,19,1;20,2;21,1; SC 153.248-250.264-269) afferma, tra l’altro, che l’incarnazione del Signore è stata necessaria perché Satana "non sarebbe stato sconfitto secondo giustizia, se il vittorioso non fosse stato uomo nato da donna, poiché fin dall’inizio della storia il demonio ha dominato sull’uomo per mezzo di una donna, opponendosi a lui col suo potere". E ancora: (cfr. lib. 3,20,2-3; SC 34,342-344) "Dio e tutte le opere di Dio sono gloria dell’uomo; e l’uomo è la sede in cui si raccoglie tutta la sapienza e la potenza di Dio". Insomma, l’incarnazione sarebbe stata necessaria per ossequio alla tutela del noto principio, mutuato dal gergo politico moderno, della "par condicio", o delle "pari opportunità", com’esige il "postulato di giustizia", poiché la lotta sarebbe stata impari. Vedremo in seguito, attraverso lo studio dei testi apocalittici, come l’uomo sia il luogo della lotta tra la S. Trinità di Dio e la trinità diabolica di Satana.

"Il terreno privilegiato di Satana, – secondo R. Cantalamessa – dopo il peccato, era la libertà dell’uomo; egli ne aveva fatto la sua roccaforte: una roccaforte inespugnabile perché l’unica cosa che avrebbe potuto scacciarlo era la volontà dell’uomo, ma per il peccato tale volontà era diventata schiava di Satana (Rm 6,16ss; Gv 8,34) e non poteva ribellarsi al suo padrone e vincerlo, finchè ne era schiava". La libertà umana (Sir 15,14-17) è esercitata in modo tale da operare anche contro lo stesso Dio. Dove prevale l’amore c’è Dio che regna: dove predomina l’empietà qui v’impera Satana. L’uomo è provocato a operare una scelta radicale: con Cristo o con Satana (Mt 12,30). Comunque, nella Chiesa nessuno ha la certezza del possesso della salvezza: così, infatti, ammonisce la Costituzione Dogmatica Lumen Gentium (LG) contro coloro che si ritengono già salvati o in stato permanente di grazia: "Non si salva […], anche se incorporato alla Chiesa – mediante il battesimo – colui che non perseverando nella carità, rimane in seno alla Chiesa col ‘corpo’, ma non col ‘cuore’. Si ricordino bene tutti i figli della Chiesa che la loro privilegiata condizione non va ascritta al loro merito, ma ad una speciale grazia di Cristo; per cui se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, non solo non si salveranno, ma anzi saranno più severamente giudicati" (LG Cap II,14). E la teologia del "resto" ci insegna appunto la condizione minimale dei salvati.

Alla luce d’Ap 12,17 e del Sl 45 (44),17, e secondo l’interpretazione mariologica della traduzione latina ipsa conteret di Gn 3,15, e così anche secondo la 2Gv 5,1.13, attraverso una lettura specificatamente spirituale del testo, sembra potersi intendere un rimandare a quella "signora eletta" che escatologicamente, e quindi in senso traslato, potrebbe riferirsi alla comunità particolare, giovannea, in cui Maria svolge uno specifico ruolo nel combattimento finale contro Satana, preparando il ritorno di Cristo nella gloria come analogamente ne ha preparata la sua venuta attraverso l’incarnazione e la kenosis.

Da questa comunità escatologica della salvezza, deriverebbe il "resto della sua – cioè di Maria – discendenza" che non sembra corrispondere alla totalità della comunità stessa, ma solo al "resto" cioè "quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù" (Ap 12,17) perché comunque, all’interno della medesima comunità possono operare degli "anticristi", salvo espulsione o autoesclusione, i quali nella fase del giudizio realizzantesi, dovranno uscirne perché appartenenti alle opere del diavolo e ciò perché, ancora, "doveva rendersi manifesto che non tutti sono dei nostri" (1Gv 2,19; 3,8.10). Al "resto" dei salvati, antiteticamente si contrappone il "resto" destinato allo sterminio della cosiddetta "prole e la stirpe" di Babilonia (Is 14,22).

Rileviamo che nella Comunità di Giovanni la maggioranza dei fedeli era per la Tradizione mentre gli oppositori erano in minoranza scismatica e pertanto espulsa o autoesclusa dalla maggioranza. In prospettiva escatologica e secondo il genere letterario apocalittico, va notata una riproduzione dell’evento con una variante; infatti, avviene il contrario, come rilevabile già nei nostri tempi: la maggioranza è anticristica mentre la minoranza è quella del "piccolo resto dei salvati" che è espulsa, marginalizzata, perseguitata dalla maggioranza apostata ed anticristica.

La comunità escatologica Giovanni-Maria, diviene così luogo privilegiato di giudizio e di presenzialità salvifica:

Di giudizio di condanna per il popolo dell’A. (che dovrà uscire, secondo S. Agostino, dalla vera comunità cristiana per raggiungere "un numero tanto grande da formare il gran popolo dell’Anticristo").

2. Di salvezza per il "piccolo resto" o "piccolo gregge" costituito da quelli che potremo definire come "i coraggiosi apostoli degli ultimissimi tempi", che glorificheranno il Cuore Immacolato di Maria davanti alla Chiesa e all’umanità e che dovrebbe essere formato da vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose e tantissimi laici, in fortissima comunione con il Papa, sarà fedele a Cristo, al Vangelo e a tutta la Verità.

La vittoria della Donna vestita di Sole è assicurata in Cristo (Gn 3,15). È interessante l’osservazione del romanziere R. Benson, pastore anglicano convertito al cattolicesimo, citato da p. L. Fanzaga, il quale esprime l’opinione secondo cui quando "l’impostura e l’apostasia crescono, il motivo va ascritto ai cristiani che hanno tradito […] – per cui – la Chiesa è crollata per collasso interno ed è avanzata l’impostura religiosa […] – essa non è soppiantata dalle persecuzioni esterne – perché queste, secondo Tertulliano – rafforzano la Chiesa […]. I più accaniti movimenti anticristiani e i più feroci persecutori della Chiesa non di rado sono stati dei battezzati".

Sempre per R. Benson, il "dissolvimento della fede deriva da una certa funzione della teologia esegetica che, volendo applicarsi come scienza allo studio del Libro sacro, lo ha ridotto a un libro come tutti gli altri, per cui la Parola di Dio è diventata parola umana; l’autore vero, che è lo Spirito Santo, ha ceduto il posto invece all’autore umano e così, attraverso l’analisi dei generi letterari, attraverso tutta una serie di teorie diciamo così scientifiche, applicate al testo biblico, si è arrivati a dire che la Bibbia non è un libro rivelato, portatore della parola di Dio […]. L’altra causa che colpisce al cuore il mistero stesso di Cristo è la teoria ‘kenotica’ – svuotamento, per cui – Gesù Cristo non è più Dio, è soltanto un grande rappresentante di Dio, uno dei tanti ‘salvatori’ dell’umanità". La Gerico biblica è caduta e certamente cadrà anche la Gerico simbolo della città costruita dagli uomini in antitesi alla città di Dio.

È altrettanto certo, che le mura della Gerico biblica non caddero per intervento umano; è un assurdo tecnico che il suono delle "trombe" e "il grido di guerra lanciato dal popolo" (Gs 6,20) abbiano potuto provocarne la caduta con un effetto di risonanza impossibile a realizzarsi con quei rudimentali ed irrisori mezzi d’amplificazione sonora, oltretutto in un contesto di massima dispersione delle energie sonore dato il luogo pianeggiante e desertico. Essa è certamente caduta per la fede manifestata in Dio che è intervenuto, fenomenologicamente, producendo una "tromba" di luce, spiraloide, conica, o a "imbuto", simile ad una tromba d’aria o turbine di vento, ad asse verticale, molto alta, che roteando vertiginosamente su se stessa, e con velocissimo movimento vorticoso, intorno alla piccola città-fortezza di Gerico, l’ha fatta crollare di schianto, producendo un grande polverone.

Quella "colonna di fuoco" che ha guidato gli Israeliti in fuga dall’Egitto (Es 13,21) potrebbe essere stata dello stesso tipo che con potenza ha distrutto Gerico. Così, alla fine, l’orgoglio umano sarà per sempre annientato grazie alla manifestazione di fede del "piccolo resto" di cristiani che con Maria e Giovanni testimonieranno, come già fatto sotto la croce, durante la Grande Tribolazione finale, preludio dell’alba escatologica. Dio stesso, in persona, porterà a compimento il suo piano di salvezza.

3.7.3 La tensione polare degli schieramenti

Parafrasando il grido delle "anime di coloro che furono immolati a causa della Parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa" (Ap 6,9), si potrebbe anche oggi interpellare Dio dicendo: "Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e verace consentirai che il male trionfi sul bene su questa terra anche se esso, sulla tua parola, non prevarrà mai?". Il Signore potrebbe rimandarci alla risposta già data: pazientate "ancora un poco finchè non sarà completo il numero di coloro che dovranno essere uccisi" (Ap 6,14) a causa della loro testimonianza al Vangelo.

La limitazione dell’esercizio del potere delle tenebre concesso a Satana è per un tempo prestabilito da Dio che dovrà consentire ai servi di Dio di essere preservati dalla furia devastatrice diabolica finchè non sarà completata l’apposizione del sigillo di Dio "sulla fronte dei suoi servi" (Ap 7,3). Il combattimento spirituale, sempre più aspro e terrificante, persisterà fino a quando non "avverrà l’apostasia e dovrà essere rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione", l’A. (2Ts 2,3-4). Esso cesserà con la parusìa del Cristo. Il combattimento personalizzato ovviamente cessa con la morte dell’uomo stesso. La "prova", cioè le circostanze storiche della vita singola e della Chiesa, è la dimensione teologica con la quale il Cristo esercita la sua carica di Giudice universale. Una spiegazione biblica offerta a tale problematica, può essere ravvisabile in Gs 23,12-13 e Gdc 2,22 (cfr. Gdt 8,26): "Perché, se fate apostasia, vi unite al resto di queste nazioni che sono rimaste fra voi e vi imparentate con loro e vi mescolate con esse ed esse con voi, allora sappiate che il Signore vostro Dio non scaccerà più queste genti dinanzi a voi, ma esse diventeranno per voi una rete, una trappola, un flagello ai vostri fianchi [...]. Così, per mezzo loro, metterò alla prova Israele, per vedere se cammineranno o no sulla via del Signore, come fecero i loro padri". Dice S. Paolo in 1Cor 11,19: "È necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi". Comunque, gli appartenenti al Signore non subiranno una tentazione superiore alla propria capacità di resistenza (1Cor 10,13).

La lotta di Satana è una lotta agli spiriti degli uomini e non tanto guerra agli uomini perché lui intende fare morire lo spirito dell’uomo, soprattutto in chi perde la fede, la speranza e la carità, perché rinunci definitivamente alla vita eterna, morendo alla Grazia di Dio. Dunque, la "compresenza spuria" tra gli appartenenti a Cristo e quelli appartenenti all’A. persisterà fino alla definizione del giudizio (la "mietitura" di Mt 13,30.39), per cui, come esamineremo nei particolari la problematica, la Chiesa dovrebbe essere "rapita" presumibilmente nel contesto della Grande Tribolazione scatenata dall’A. commettendo l’"abominio della desolazione [...] nel luogo santo" (Mt 24,15).

Il "Rapimento della Chiesa", di cui alla 1Ts 4,17, è prefigurato in Mt 24,37-41 dato l’esplicito riferimento che Gesù ne fa richiamando l’ingresso di Noè nell’arca, fermo restando l’interpretazione tradizionale secondo cui l’arca della salvezza è prefigurazione della Chiesa. La Chiesa, ripercorrendo la fase storica dell’uccisione del Cristo e della conseguente dispersione degli apostoli (Mt 26,30; Zc 13,7), dovrebbe essere "decapitata". Al contempo lo Spirito Santo, con una Chiesa priva del Vicario di Cristo in terra, e perciò senz’altro temporaneo intermediario umano, senza escludere la possibilità del sostegno e della ricostituzione in diaspora dell’essenziale strutturale gerarchico, continuerebbe a suscitare nuovi cristiani la cui santità dovrebbe essere di livello superiore alla media dato l’estrema e dura prova di testimonianza in una situazione d’inaudita persecuzione scatenata dall’A. stesso e dai suoi alleati.

3.7.4 La Tradizione

La Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione (DV 1,8-10) asserisce che la "predicazione apostolica, che è espressa in modo speciale nei libri ispirati è conservata con una successione ininterrotta fino alla fine dei tempi". Inoltre "la tradizione d’origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo". Quanto al rapporto tra la Scrittura e la tradizione, il documento conciliare ritiene che "la sacra Scrittura è la parola di Dio in quanto consegnata per iscritto per ispirazione dello Spirito Santo e che la tradizione ha il compito di trasmettere fedelmente la parola di Dio affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli ai loro successori, affinché, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano". In definitiva la "Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa". Sul fondamento biblico che espressamente inerisce alla tradizione evidenziandone l’importanza per la Chiesa, basti citare Sir 8,8-9; Mt 15,2; 1Ts 2,13; 2Ts 2,15; 1Tm 6,20; 2Tm 2,2; in particolare si evidenzia come il termine "tradizione" e "deposito" in greco sono espressi con il medesimo vocabolo ten paradosin che ha il significato appunto di "tradizione" intesa come "insegnamenti, istruzioni o costumi trasmessi da una generazione a quella successiva". La Tradizione, quella cioè depurata dalle "tradizioni" inficiate da influssi derivanti da fattori non teologici, ha certo bisogno di una struttura che ne consenta la trasmissione storica. La Chiesa, per dirla con G. Segalla può essere considerata comunità di fede e anche come comunità strutturata. Infatti, ci sono gli apostoli e i predicatori che svolgono una missione particolare (Gv 4,35-38; 10,16; 13,20; 17,20).

Per la Tradizione cattolica è a Pietro che è affidata la cura del gregge di Cristo (Gv 21,15ss), fermo restando che "la sua missione speciale è fondata sul suo amore a Cristo e sulla sua fede" (Gv 6,68-69).

Nel Vangelo di Giovanni le strutture non emergono esplicitamente. Non ne consegue che nella Chiesa fosse del tutto assente chi esercitasse l’esercizio di un servizio nella carità. Brown, citato dallo stesso Segalla, acutamente osserva che il silenzio che ne fa il IV Vangelo "può significare anche il contrario, che cioè le strutture erano già ben costituite" perciò non se ne parla perché sarebbero già ritenute acquisite autorevolmente nella prassi ecclesiale.

Un fondamento biblico di quanto sostenuto, pare possa essere incluso nella 1Gv 2,19 e 4,6; nel "noi" può ravvisarsi la collegialità di un esercizio d’autorità. Gli anticristi, quindi, sono coloro che, di fatto, rinnegano Cristo e il Padre suo (Gv 8,42.54) e quindi a loro insaputa sono degli atei il cui culto religioso è rivolto, anche se talvolta anche inconsapevolmente, non a Dio, ma al padre della menzogna che è il diavolo (Gv 8,44). Non solo; ma gli anticristi sono anche coloro che rinnegano la Tradizione e quindi anche l’autorità ecclesiale. Ovviamente tutto ciò avviene in uno svolgimento dinamico sempre più esaltato in dimensione escatologica.

Gli anticristi rinnegando Cristo rifiutano, quindi, consequenzialmente anche l’autorità costituita nella Chiesa, perché non la sanno nemmeno ascoltare nei suoi discepoli: "Chi ascolta voi (i discepoli) ascolta me, chi disprezza voi (i discepoli) disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato" (Lc 10,16; Mt 23,3). In tema, ricordiamo il severo monito di Gesù alla Chiesa di Sardi 3,2-3: … non trovo perfetta la tua condotta al cospetto del mio Dio. Tieni, dunque, in mente come hai ricevuto e udito; così conserva, e ravvediti. Se tu non sarai vigilante, verrò come un ladro, cioè senza che tu sappia l’ora della mia venuta. Gli studiosi concordano nel ritenere il rimprovero del Cristo rivolto alla Chiesa di Sardi, riferibile alla necessità di attenersi scrupolosamente all’osservanza del "depositum fidei" così come è stato consegnato alla Chiesa dalla predicazione apostolica (1Ts 2,13). Inoltre, il rimprovero riguarda anche il torpore della comunità cristiana derivante dal suo conformismo idolatrico (Rm 12,2).

Gli anticristi non sono in grado di ascoltare-comprendere Dio perché non sono da Dio (Gv 8,46) e poiché credono d’essere possessori della verità, e quindi antiecumenici per eccellenza, e di essere autosufficienti, persistono nella loro condizione di peccato (Gv 9,41), mentre l’impeccabilità deriva dal dimorare in Cristo e dal farne esperienza vitale del suo amore (1Gv 3,5). E chi "conosce Dio", esperienzialmente, ascolta anche i suoi discepoli; "chi non è da Dio" non li ascolta (1Gv 4,69). È d’altronde anche vero, che in fondo al cuore d’ogni credente e d’ogni cristiano risiedono forme d’ateismo nascosto e d’incredulità. Ma nella lettura che ne facciamo nel senso di una fortissima escatologizzazione, così com’emerge nell’impianto teologico di Giovanni, lo scontro cristiani-anticristi è ormai praticato senza mezzi termini.

Tutta la "controversistica" giovannea, tra Gesù e i Giudei, ridotti a tipici nemici di Gesù stesso, pur non essendo il giudaismo una "qualifica geografica" pur non essendo il giudaismo una "qualifica geografica" ma "teologica" (G. Segalla, cit.), avviene nel contesto storico della passione del Cristo. A questo proposito, C. Doglio ritiene che "l’opera di Giovanni, pur usando un linguaggio apocalittico, è essenzialmente cristiana e riflette l’esperienza della comunità ecclesiale del I secolo, che si è scontrata con il giudaismo ufficiale e ha conosciuto la distruzione di Gerusalemme ad opera dei Romani nell’anno 70".

Secondo l’a., quindi, "Gerusalemme che uccide i profeti e rifiuta il Cristo è divenuta così una nemica, come Babilonia, simbolo stesso del male: ma l’evento pasquale ha creato un capovolgimento, eliminando la prostituta e fondando una ‘città’ nuova". Sempre per l’a. cit., la donna su cui simbolicamente è seduta la bestia (Ap 13,1), rappresenta "il giudaismo corrotto: il popolo alleato di Dio si è prostituito con gli stranieri, la città santa è diventata una spelonca di ladri, i destinatari delle promesse divine le hanno rifiutate, opponendosi a Cristo e perseguitando i cristiani [...] Roma non rappresenta ancora un grave pericolo – per gli autori del Nuovo Testamento – mentre il giudaismo costituisce un grave problema, e noi aggiungiamo anche a tutt’oggi, per certi specifici e determinati aspetti di rilevanza storico-profetica, pratico e teologico".

Vedremo in seguito, come questa preziosa linea interpretativa, da noi condivisa, ci sarà di sostegno all’ipotesi possibile, e quindi per noi del tutto verosimile, perché l’Israele storico riconosca l’A. come Messia e ciò coerentemente alla sua contro-vocazione-ufficiale, per l’appunto, che è anticristiana. Dunque, una tale riproduzione controversistica, secondo una lettura dei testi giovannei che possiamo considerare prefigurazione in prospettiva escatologica, dovrebbe aversi tra la Chiesa e suoi nemici raccolti in popolo dell’A., in quanto il vissuto storico del Cristo, secondo la teologia del Corpo mistico, dovrebbe avere la sua visibilizzazione o incarnazione storica nella Chiesa.

3.7.5 L’insegnamento profetico

Per ciò che attiene la 1Gv 2,27, come già riportato, è unanime l’interpretazione che ne fanno gli esegeti nel ritenere che l’autore intenda escludere la possibilità dell’intermediazione degli apostoli o comunque umana, nella comprensione della verità, perché l’unzione dello Spirito Santo ne garantirebbe lo svelamento diretto; tutto ciò sembra debba riferirsi al contesto di una fortissima carica escatologica che lo contraddistinguerebbe per i tempi della fine. Al tempo della spaventosa persecuzione dell’A. (1Gv 2,18), e quindi finale, sembra legittimamente ipotizzabile l’esistenza di una Chiesa ormai decapitata nel suo fondamento strutturale.

Nella Chiesa, corpo di Cristo, si prolungherebbe l’operato del Cristo stesso per mezzo del suo Santo Spirito, per cui per effetto naturale della sua missione, il mondo le riserverebbe una sorte pari al suo Maestro (Lc 6,40; Gv 15,20) e cioè, con un atto corrispondente a un estremo rifiuto, la crocefissione.

Al tentativo satanico finalizzato all’interruzione forzata della successione apostolica, perché ormai sarebbe sopraggiunto il tempo dello snidamento dell’A. Lo Spirito Santo diverrebbe il Capo diretto, e per certi aspetti anche visibile nelle sue azioni portentose, della conduzione della Chiesa verso la salvezza definitiva. In previsione dell’eccezionalità della testimonianza, per effetto della terrificante e sanguinosa persecuzione anticristiana, sembra possibile il verificarsi di una seconda e inaudita Pentecoste necessaria all’abilitazione martirologica. La nuova e inaudita effusione dello Spirito, nel ruolo attivo di Maria supplicante nella e con la comunità di salvezza, sembra confermabile da Is 32,15-20.

A questo proposito Ippolito, nel Commento a Daniele 4,55, ritiene che la seconda Pentecoste dovrebbe verificarsi nell’intervallo di tempo compreso tra i 1290 giorni e i 1335 dopo l’apparizione dell’abominio della desolazione. L’A. scatenerà la guerra ai santi che resistendo alla prova dei micidiali 45 giorni, conseguiranno il Regno dei cieli. L’A., secondo tale ipotesi, giungerebbe alle soglie dello straordinario evento della seconda Pentecoste con la falsa illusione di ereditare lui il regno con Cristo.

Dopo il Rapimento della Chiesa, secondo l’interpretazione che ne seguirà più approfonditamente, verrebbero suscitati nuovi cristiani che assieme ai neo-convertiti d’Israele, dovrebbero subire la Grande Tribolazione che l’A., in combutta con i suoi alleati antireligiosi, dovrebbe loro infliggere prima dell’avvento della vera Pace-Sicurezza. Anche se non esplicitata, la Grande Tribolazione è insita nel CCC nn. 675; 677:

n. 675: "Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il ‘mistero di iniquità’ sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne".

n. 677: "La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest’ultima Pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e Risurrezione. Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male che farà discendere dal cielo la sua Sposa".

Un ruolo d’inaudita azione corredentrice, accanto allo Spirito Santo, verrebbe, in particolare, svolto da Maria unita alla comunità giovannea, la sola che come "resto", assisterà intrepida all’agonia della Chiesa degli ultimi tempi e alla sua crocefissione e morte di tanti suoi figli perseguitati e quindi anche martirizzati, per essere essa inscindibilmente associata alla sorte del Cristo stesso, in vista della predisposizione salvifica finale consistente nella risurrezione-trasformazione anche dei corpi. Altrettanto significativa dovrebbe essere la testimonianza da rendere a Cristo e al suo Vangelo offerta, questa volta a livello planetario, dalle donne (escatologiche) che con coraggio hanno saputo, con Maria, compartecipare, proletticamente, alla passione-morte-risurrezione del Cristo (Lc 23,28; Gv 19,25; 20,11-18).