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METODOLOGIA BIBLICA

Per un corretto modo di approccio al discernimento critico, qui di seguito, riportiamo una sintesi dei criteri metodologici seguiti nei lavori del Diacono Lorenzo Ventrudo
 

 

 

 

PROGRAMMA MENSILE A.M.E

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La problematica sul Tempio

(Stralcio da: Lorenzo Ventrudo, L’Anticristo che deve ritornare, Fede & Cultura, Verona 2010, pp. 169-184).
 

 

Nella 2Ts 2,4 S. Paolo individua nel tempio il luogo in cui deve avvenire la manifestazione dell’A., dopo aver causato l’apostasia e dopo che sia stata effettuata l’eliminazione dell’ostacolo impediente la realizzazione del contropiano satanico finalizzato tendenzialmente, e se fosse possibile, alla distruzione totale del genere umano.

L’obiettivo satanico dell’A. è quello di proclamarsi dio, senza esserlo, contro Dio e farsi adorare e servire da un popolo alienato, standardizzato, omologocizzato, sbarazzandosi, se fosse possibile del popolo cristiano che comunque è sempre creato ed attivato dallo stesso Spirito Santo fino alla fine dei tempi. La problematica di fondo che ha impegnato nei secoli, gli esegeti è incentrata fra l’altro, sul termine “tempio” (naòn), per cercare di affermarne il significato reale a cui effettivamente volesse alludere S. Paolo, o a cosa intendesse riferirsi l’ispirazione in sè e per sè stessa, perchè talvolta succede che la profezia non è globalmente compresa dallo stesso profeta.

Attesta P. Rossano[1] che “esegeti di primordine, come il Rigaux, lo Schnackenburg V. Taylor, Pesch – sull’esempio di S. Girolamo, non esitano ad identificare la profanazione del tempio (2Ts 2,4) con l’‘abominio della desolazione situato in luogo santo’”.

Anche per G. Biguzzi[2] è nel tempio di Gerusalemme che l’abominazione dovrà verificarsi “così come sembra riferirsi la misteriosa circonlocuzione di Mc ‘là dove non conviene’”. Ovviamente per la comunità cristiana il tempio è teologicamente finito per cui “essa è – nella citazione di Mc – interessata alla sua futura devastazione solo quando, segnalando il tempo della fuga, sarà anche il segno che il giorno del Figlio dell’uomo si sarà avvicinato”.

Per la tradizione ebraica, riassume il rabbino Rav R. Della Rocca[3], la distruzione del Santuario di Gerusalemme, edificio di pietra, ha comportato l’edificazione di un altro edificio, quello invisibile “come se il Santuario non fosse stato altro che l’immagine manifesta di un Tempio spirituale più vasto e indistruttibile [...]. Con il passaggio dal Santuario spaziale a quello temporale, accompagnato dallo spostamento della pratica quotidiana dalla dimensione concreta del sacrificio a quella astratta e spirituale dello studio e della preghiera, il rapporto uomo-Dio si rinnova quotidianamente costituendo il fulcro dell’esperienza religiosa ebraica”. Con il rimando a Dn 9,27, osserva ancora l’a. citato, “l’evangelista Mc intende avvertire i lettori che dovranno essere protagonisti di qualcosa di simile a ciò che il libro di Daniele prevede per la profanazione del tempio (Dn 9,26b), nel contesto della distruzione della città (v. 6) e dell’interruzione del sacrificio e delle offerte (v. 27a)”. Questa segnalazione è utile al fine di definire meglio le coordinate spazio-temporali che indicheremo, come vedremo, circa il momento culmine della fine della storia degli uomini e del presente pianeta terra in vista della sua trasformazione.

Per gli storici, in particolare per G. Ricciotti[4], Daniele sembra riferirsi (9,27; 8,11; 11,31; 12,1) ad Antioco IV Epifane che il 15 dicembre del 167 a.C. eresse nel Tempio di Jahvè “l’abominio della desolazione” (1Mac 1,54). Era probabilmente la statua di Giove Olimpico che “forse aveva le fattezze dello stesso Antioco a cui il culto era indirizzato: in alcune sue monete il re è raffigurato come Giove [...] la persecuzione provocò molte apostasie, già lungamente preparate dal progressivo fervore per costumi nazionali e spirito jahvistico”.

Dal raffronto esegetico-comparativo, sembra che Paolo (2Ts 2,4) alludesse proprio al tempio di Gerusalemme, quale luogo reale per la manifestazione pubblica della vera natura diabolica dell’A. Ciò è attestabile dal fatto che essendo, secondo le autorevoli opinioni degli studiosi, le lettere ai Tessalonicesi le più antiche scritte nel N.T., è estremamente improbabile che l’Apostolo potesse fare riferimento ad altri significati se non quello specifico ed immediato del reale tempio di Gerusalemme; oltretutto egli non aveva ancora sviluppato le altre categorie teologico-ecclesiologiche sulla medesima tematica di riferimento. L’opinione che ritiene valida l’interpretazione letterale della 2Ts 2,4 è condivisa generalmente anche da studiosi protestanti in genere anche millenaristi.

Ecco qui di seguito una sintesi degli assertori della ricostruzione del 3° Tempio di Gerusalemme pare dai Giudei o dallo stesso A.: Ricostruirà il 3° Tempio d’Israele (secondo la nostra ipotesi interpretativa di Tb 14,4-7 e secondo S. Rabano Mauro (IX secolo), Ippolito (presbitero del III secolo), S. Cirillo vescovo di Gerusalemme (315-386 circa) che, nell’analisi dell’A. e del tempio nella Catechesi 15.15, interpretando la 2^ Lettera ai Tessalonicesi, sostiene la riedificazione, da parte dell’A., del tempio completamente distrutto e che i resti del secondo tempio costituiscono un sicuro segno che l’A. deve ancora venire.

Sulpicio Severo, Beda, Haymo, e Abate Adso o Adson (X secolo)[5] che dice: “Farà ricostruire il tempio di Salomone essendo distrutto […], egli [l’Anticristo] lo riedificherà, si farà circoncidere, e promuoverà la menzogna che egli è il figlio di Dio Onnipotente” così, sempre Adson[6] secondo altra fonte : “Il tempio, benché distrutto, che Salomone edificò a Dio, l’A. lo restaurerà com’era prima ed ivi ristabilirà la sua sede; e inoltre, sempre l’A. circonciderà sè stesso e mentirà proclamandosi figlio di Dio onnipotente”. Analogamente all’Abate Adso o Adson, S. Giovanni Damasceno[7], commentando 2Ts 2, 4, conferma che la ricostruzione del tempio è da intendersi in senso letterale: l’Anticristo siederà “nel tempio di Dio – non comunque nel nostro ma in quello del passato, quello degli ebrei, perché egli non verrà da noi, ma dagli ebrei (inizialmente) – non per amore di Cristo […] per questa ragione è chiamato Anticristo”.

Altri assertori della ricostruzione del 3° Tempio di Gerusalemme: A. Arrighini, J. Dupont, S. Efrem il Siro (profezia implicita), H. Lindsey-C.C. Carlson, R. Pache ed altri studiosi moderni). Il 3° Tempio di Gerusalemme verrebbe ricostruito in sette anni, così come lo fu per quello di Salomone dal 968 al 961 a.C.

Il Tempio di Gerusalemme è il luogo classico per la preghiera dell’Israele storico e sarebbe inusuale immaginare che il popolo ebreo ne possa fare a meno ancora per altri anni di privazione forzata tanto più che dopo la Proclamazione dello Stato d’Israele il 14 maggio 1948, la possibilità non è affatto da ritenersi remota. La difficoltà che dovrà essere in qualche modo superata, deriva dal fatto che tuttora sul luogo dove era costruito il 2° Tempio distrutto dai romani nel 70 d.C. esiste la Moschea d’Omar fatta costruire per ragioni politiche da El Malik Ibn Maruan nel 691 come controaltare alla “pietra nera” della Mecca allora nelle mani del suo rivale Abdallah Zobeir.

Una convincente esegesi che ritiene il riferimento al tempio nella sua accezione reale-storica, è quella proposta da A. Arrighini[8] secondo cui S. Paolo intenda proprio riferirsi al tempio di Gerusalemme, prescelto dall’A. quale luogo di automanifestazione satanica in contrapposizione alla biblica dimora visibile di Dio tra il suo popolo, poiché nel testo citato “il tempio di Gerusalemme come si rileva dagli Atti degli Apostoli 3 e 5 sia proprio quello storico in quanto allora non esistevano templi cristiani e solo quello di Gerusalemme era chiamato [...] tempio di Dio”. Tuttavia ciò non esclude che per tempio di Dio, come osserva S. Girolamo, il Crisostomo ed altri Padri, qui si debba intendere la Chiesa, in cui, secondo Teodoreto, l’A. “riuscirà a prendere il primo posto, il posto di onore, sforzandosi di farsi riconoscere per Dio”. È, pertanto, possibile, a nostro avviso, che poichè non è casuale la mancata imprecisazione del tempio, se cioè sia da intenderlo in senso reale o spirituale, gli interventi persecutori dell’A., come accennato, potrebbe contestualmente rivolgersi sia contro la Chiesa-Tempio spirituale di Dio, e sia contro lo stesso Israele storico.

Il Tempio di Gerusalemme, sarebbe fatto ricostruire dallo stesso A. per accattivarsi la fiducia delle autorità e dello stesso popolo ebraico degli ultimi tempi. A tempo opportuno, nello stesso Tempio, l’A., autoproclamandosi come dio, imporrebbe la sua adorazione a tutto il mondo. Secondo l’insieme complesso dottrinale, da noi evidenziato e teorizzato sull’A., sembra debba ritenersi fondata anche l’esegesi di V. Taylor secondo cui Mc 14,58 intenderebbe dire che Gesù “distruggerà e riedificherà lo stesso tempio” cui intendeva riferirsi contestualmente.

Così, identicamente, anche R. Pesch interpreta Mc 14,58b allo stesso modo intendendo kaì àllon in senso debole per cui il vecchio e nuovo tempio sarebbero sempre il medesimo tempio di Gerusalemme, che una volta riedificato, potrebbe dirsi “altro” (àllos) in quanto sarà profondamente rinnovato[9]. Tale interpretazione però non è condivisa dallo stesso G. Biguzzi che la cita, poiché la ritiene forzata “anzitutto dal punto di vista lessicale”. È d’altronde anche vero che in Mt 26,61 “Gesù distruggerebbe e ricostruirebbe il medesimo tempio” anche se “solo in termini di pura ipotesi”. La fonte che avvalorerebbe l’ipotesi della ricostruzione del tempio di Gerusalemme sarebbe ravvisabile in una rivisitazione critico-esegetica più approfondita della tematica sul tempio. Questi, forse, sembrano siano i fondamenti biblici di cui tener conto contestualmente:

 

a) Mt 24,20: “Pregate perchè la vostra fuga non accada d’inverno o di sabato”. Il senso pieno di tale preavvertimento di Gesù sembra far riferimento implicito ad un ripristino dell’esercizio cultuale del tempio e non solo ad una prassi precettistica ottemperabile anche senza lo stesso tempio; questo almeno sembra esserne il senso contestuale. Del resto, senza la sua esistenza reale sarebbe impensabile la comparsa, in esso, della “abominazione” che consentirebbe la messa in atto da parte dell’A. della Grande Tribolazione coeva alla Grande Apostasia d’Israele.

 

b) Gv 5,43: “Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome (èn tò ònomati tò ìdio), lo ricevereste”. Come già accennato, ma che vedremo meglio, oltre ai Padri della Chiesa Ireneo, Ippolito, ed altri, a vario titolo (Adson, etc...), un numero considerevole d’altri esegeti moderni, scorge nel testo citato, un’allusione implicita ad un possibile riconoscimento, da parte dei Giudei, dell’A. quale Messia atteso nei secoli e ciò in consonanza della tipica e persistente attesa messianica secondo la concezione politico-regale dell’Israele di sempre[10]. È proprio dal contesto che sembra possibile attestare l’interpretazione che riteniamo da condividere, alla luce d’altri fatti che la confermano, perchè quegli eventi narrati possono essere interpretati proprio come prodromi e prefigurazioni d’eventi cruciali finali, che rimandano a una realizzazione storica che specificatamente riguarderà l’Israele storico.

Un altro riferimento biblico che meriterebbe di essere rivisitato esegeticamente per scorgervi, non senza l’aiuto della Grazia divina, un possibile senso pieno della rivelazione, data la sua sottesa carica escatologico-universalistica, già intuita in qualche modo da alcuni studiosi che citeremo, è Tb 14,4-7, di cui proveremo a proporne una nostra interpretazione. La ricostruzione del Tempio: Tb 14,4-7.


 

[1] ROSSANO P., Le lettere ai Tessalonicesi, op. cit., ivi p. 140.

[2] BIGUZZI G., Io distruggerò questo tempio, Pontificia Università Urbaniana, Roma, 1987, pp. 92-96.

[3] RAV R. DELLA ROCCA, Il tempo e il suo rinnovamento nella tradizione ebraica, in Bollettino a cura dell’Amicizia ebraico-cristiana di Firenze, Gennaio-Giugno, 1996, pp. 21-24.

[4] RICCIOTTI G., Storia d’Israele, Società Ed. Internazionale, Torino, 1954, pp. 270-272.

[5] Sito: Profezie del terzo millennio, altervista.org., op. cit., ivi p. 31 (“Gli eventi escatologici nella Bibbia e nella Tradizione”).

[6] ADSON, in CORPUS CHRISTIANORUM, Continuatio Mediaevalis, op. cit., ivi p. 24.

[7] Sito: Profezie del terzo millennio, altervista.org., op. cit., ivi p. 31 (“Gli eventi escatologici nella Bibbia e nella Tradizione”).

[8] ARRIGHINI A., L’Anticristo, op. cit., ivi pp. 179-180.

[9] BIGUZZI G., Apocalisse, op. cit., ivi pp. 123-131.

[10] Attualmente il messianismo è considerato, dagli stessi ebrei, inseparabile dall’evoluzione ebraica (Eretz-Israel). L’idea messianica è concepita, dalle forze conservatrici ebraiche, (Rav Kook) come realizzantesi nel ritorno a Sion degli esiliati. Il sionismo è inteso pertanto come movimento nazionale ed attivo e quindi come ideale di redenzione sollecitato dall’alto; tale movimento è considerato non religioso e quindi come ebraismo laico poichè lo Stato di Israele è di tutti i cittadini: ebrei e non ebrei, credenti e non osservanti della Torà (LUZZATTO A.). Altra corrente religiosa tradizional-restauratrice, considerata come movimento storico attualmente predominante (posizione di LUBAWITCH ed altri), ritiene che lo Stato d’Israele non sia in grado di attuare l’avvento messianico ma solo l’osservanza della Torà attuata nella vita del singolo e della collettività ne sarebbe capace. La Teshuvà è intesa come azione dell’uomo, come ritorno, conversione, come osservanza della Torà che qualifica il ritorno dell’ebraismo alla stessa Torà. Già nella Mishnà di Sotà c. IX era stato previsto il decadimento morale, l’ateismo, l’eresia e l’apostasia (intesa come distruzione dell’autorità della Torà) etc..., che avrebbero caratterizzato l’avvento delle “doglie del Messia” (Hevlè hamashiach) quale preludio al prossimo avvento messianico (cfr. le sofferenze escatologiche di 1Ts 5,3; Os 13,13; Is 13,8; 26,17; etc...). Tali concezioni religiose ritengono che debbano essere espiati i peccati che hanno determinato l’esilio. Tale atteggiamento si risolverebbe però, secondo SIERRA S.J., in un “fatalismo deterministico”. Infine, la corrente religiosa sionista, o ebraismo unitario, detta dei conservatori, integralisti e ritenute utopistiche, fa riferimento al pensiero di SOLOVIETCH R. La sua “teoria del patto” ritiene che esso “patto” essendo stato stipulato da Dio, con la Comunità d’Israele, in quanto ad esistenza reale, implica che la Torà debba ritornare necessariamente ad esser obbligante per tutti gli ebrei nel complesso della loro vita sociale. Tale patto consisterebbe in: 1) “patto del destino”, inteso come partecipazione storica di Israele all’azione; 2) “patto della promessa”, implicante la fedeltà alla Torà e ai precetti (mizvot) [cfr. SIERRA S.J., L’attesa messianica nell’Ebraismo di oggi, in Vita Monastica, Camaldoli, anno XLI, nn. 170-171, luglio-settembre, ottobre-dicembre 1987, pp. 39-59; COLONNA C., Gli Ebrei Messianici, Fede & Cultura, Verona, 2009].