IL DISCORSO INTEGRALE DI MONS. GAENSWEIN E’ ANCORA PIU’ ESPLOSIVO DI QUANTO SI IMMAGINAVA: SIAMO A UNA VERA SVOLTA. O IL PAPATO DIVENTA UN ORGANO COLLEGIALE O E’ INVALIDA LA RINUNCIA DI BENEDETTO.
22 May 2016

Il discorso integrale di Mons. Georg Ganswein, pubblicato da Acistampa ( qui ) e tenuto sabato alla presentazione del volume “Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI (Lindau 2016, pp. 512) di Roberto Regoli, è ancora più ESPLOSIVO di quanto si poteva capire dalle agenzie.

Siamo di fronte a una svolta clamorosa che porta di fatto a una radicale mutazione del papato, il quale sarebbe oggi diventato un organo collegiale (ma questo è impossibile per la dottrina cattolica). In alternativa, questo discorso può portare al riconoscimento della “nullità” della rinuncia di Benedetto XVI. Se ci sono terze ipotesi io, sinceramente, non ne vedo.
Riporto qua di seguito alcuni stralci della conferenza di Mons. Ganswein che – è evidente – in questa sede rappresenta molto più di se stesso.
A.S. (…)
Come ai tempi di Pietro, anche oggi la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica continua ad avere un unico Papa legittimo. E tuttavia, da tre anni a questa parte, viviamo con due successori di Pietro viventi tra noi – che non sono in rapporto concorrenziale fra loro, e tuttavia entrambi con una presenza straordinaria!

Potremmo aggiungere che lo spirito di Joseph Ratzinger in precedenza ha già segnato in modo decisivo il lungo pontificato di san Giovanni Paolo II, che egli fedelmente servì per quasi un quarto di secolo come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Molti continuano a percepire ancor oggi questa situazione nuova come una sorta di stato d’eccezione voluto dal Cielo.
Ma è già il momento per fare un bilancio del pontificato di Benedetto XVI? In generale, nella storia della Chiesa, solo ex post i papi possono essere giudicati e inquadrati correttamente.
E a riprova di questo, Regoli stesso menziona il caso di Gregorio VII, il grande papa riformatore del Medioevo, che alla fine della sua vita morì in esilio a Salerno – da fallito, a giudizio di tanti suoi contemporanei. E tuttavia, proprio Gregorio VII fu colui che, in mezzo alle controversie del suo tempo, plasmò in modo decisivo il volto della Chiesa per le generazioni che seguirono.

Tanto più audace, perciò, sembra oggi essere il professor Regoli nel tentare di tracciare già un bilancio del pontificato di Benedetto XVI ancora vivente. (…)
E così, quest’opera di Regoli non manca di note a piè di pagina, numerose quanti sono i ricordi che essa risveglia in me. Perché ero presente quando Benedetto XVI, alla fine del suo mandato, depose l’anello piscatorio, come è d’uso all’indomani della morte di un papa, anche se in questo caso egli viveva ancora!
Ero presente quando egli, invece, decise di non rinunciare al nome che aveva scelto, come invece aveva fatto papa Celestino V quando il 13 dicembre 1294, a pochi mesi dall’inizio del suo ministero, era ridiventato Pietro dal Morrone.Perciò, dall’undici febbraio 2013 il ministero papale non è più quello di prima. È e rimane il fondamento della Chiesa cattolica; e tuttavia è un fondamento che Benedetto XVI ha profondamente e durevolmente trasformato nel suo pontificato d’eccezione (Ausnahmepontifikat), rispetto al quale il sobrio cardinale Sodano, reagendo con immediatezza e semplicità subito dopo la sorprendente Dichiarazione di rinuncia, profondamente emozionato e quasi preso dallo smarrimento, aveva esclamato che quella notizia era risuonata fra i cardinali riuniti “come un fulmine a ciel sereno”.
Era la mattina di quello stesso giorno in cui, di sera, un fulmine chilometrico con un’incredibile fragore colpì la punta della cupola di San Pietro posta sopra la tomba del Principe degli apostoli.
Di rado il cosmo ha accompagnato in modo più drammatico una svolta storica.
Ma la mattina di quell’undici febbraio il decano del Collegio cardinalizio Angelo Sodano concluse la sua replica alla Dichiarazione di Benedetto XVI con una prima e analogamente cosmica valutazione del pontificato, quando alla fine disse: “Certo, le stelle nel cielo continueranno sempre a brillare e così brillerà sempre in mezzo a noi la stella del suo pontificato”.
Ugualmente brillante e illuminante è l’esposizione approfondita e ben documentata di don Regoli delle diverse fasi del pontificato. Soprattutto dell’inizio di esso nel conclave dell’aprile del 2005, dal quale Joseph Ratzinger, dopo una delle elezioni più brevi della storia della Chiesa, uscì eletto dopo solo quattro scrutini a seguito di una drammatica lotta tra il cosiddetto “Partito del sale della terra” (“Salt of Earth Party”) intorno ai cardinali López Trujíllo, Ruini, Herranz, RoucoVarela o Medina e il cosiddetto “Gruppo di San Gallo” intorno ai cardinali Danneels, Martini, Silvestrini o Murphy-O’Connor; gruppo che, di recente, lo stesso cardinal Danneels di Bruxelles in modo divertito ha definito come “una specie di mafia-club”.
L’elezione era certamente l’esito anche di uno scontro, la cui chiave quasi aveva fornito lo stesso Ratzinger da cardinale decano, nella storica omelia del 18 aprile 2005 in San Pietro; e precisamente lì dove a “una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie” aveva contrapposto un’altra misura: “il Figlio di Dio e vero uomo” come “la misura del vero umanesimo”.
Questa parte dell’intelligente analisi di Regoli oggi si legge quasi come un giallo mozzafiato di non troppo tempo fa; mentre invece la “dittatura del relativismo” da tempo si esprime in modo travolgente attraverso i molti canali dei nuovi mezzi di comunicazione che, nel 2005, a stento si potevano immaginare.
Già il nome che il nuovo papa si diede subito dopo la sua elezione rappresentava perciò un programma. Joseph Ratzinger non divenne Giovanni Paolo III, come forse molti si sarebbero augurati.
Si riallacciò invece a Benedetto XV – l’inascoltato e sfortunato grande papa della pace degli anni terribili della Prima guerra mondiale – e a san Benedetto di Norcia, patriarca del monachesimo e patrono d’Europa.
Potrei comparire come superteste per testimoniare come, negli anni precedenti, mai il cardinale Ratzinger aveva premuto per assurgere al più alto ufficio della Chiesa cattolica.
Già sognava invece vivamente una condizione che gli avrebbe permesso di scrivere in pace e tranquillità alcuni, ultimi libri. Tutti sanno che le cose andarono diversamente. Durante l’elezione, poi, nella Cappella Sistina fui testimone che visse l’elezione come un “vero shock” e provò “turbamento”, e che si sentì “come venire le vertigini” non appena capì che “la mannaia” dell’elezione sarebbe caduta su di lui.
Non svelo qui alcun segreto perché fu Benedetto XVI stesso a confessare tutto questo pubblicamente in occasione della prima udienza concessa ai pellegrini venuti dalla Germania. E così non sorprende che fu Benedetto XVI il primo papa che subito dopo la sua elezione invitò i fedeli a pregare per lui, fatto questo che ancora una volta questo libro ci ricorda. (…).
Benedetto non è stato un “papa attore”, e ancor meno un insensibile “papa automa”; anche sul trono di Pietro è stato ed è rimasto un uomo; ovvero, come direbbe Conrad Ferdinand Meyer, non fu un “libro ingegnoso”, fu “un uomo con le sue contraddizioni”. È così che io stesso l’ho potuto conoscere e apprezzare quotidianamente. E così è rimasto sino a oggi.(…)
(…) è bene che io dica una buona volta con tutta chiarezza che Benedetto alla fine non si è dimesso a causa del povero e mal guidato aiutante di camera, oppure a causa delle “ghiottonerie” provenienti dal suo appartamento che nel così detto “affare Vatileaks” circolarono a Roma come moneta falsa ma furono commerciate nel resto del mondo come autentici lingotti d’oro.
Nessun traditore o “corvo” o qualsivoglia giornalista avrebbe potuto spingerlo a quella decisione. Quello scandalo era troppo piccolo per una cosa del genere e tanto più grande il ben ponderato passo di millenaria portata storica che Benedetto XVI ha compiuto.

L’esposizione di questi avvenimenti da parte di Regoli merita considerazione anche perché egli non avanza la pretesa di sondare e spiegare completamente quest’ultimo, misterioso passo (…).
(…) già da tempo (Benedetto) aveva riflettuto a fondo, dal punto di vista teologico, sulla possibilità di papi emeriti per il futuro. Così lo fece.
Le dimissioni epocali del Papa teologo hanno rappresentato un passo in avanti essenzialmente per il fatto chel’undici febbraio 2013, parlando in latino di fronte ai cardinali sorpresi, egli introdusse nella Chiesa cattolica la nuova istituzione del “Papa emerito”, dichiarando che le sue forze non erano più sufficienti “per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”.
La parola chiave di quella Dichiarazione è munuspetrinum, tradotto – come accade il più delle volte – con “ministero petrino”. E tuttavia, munus, in latino, ha una molteplicità di significati: può voler dire servizio, compito, guida o dono, persino prodigio.
Prima e dopo le sue dimissioni Benedetto ha inteso e intende il suo compito come partecipazione a un tale “ministero petrino”. Egli ha lasciato il Soglio pontificio e tuttavia, con il passo dell’11 febbraio 2013, non ha affatto abbandonato questo ministero.
Egli ha invece integrato l’ufficio personale con una dimensione collegiale e sinodale, quasi un ministero in comune, come se con questo volesse ribadire ancora una volta l’invito contenuto in quel motto che l’allora Joseph Ratzinger si diede quale arcivescovo di Monaco e Frisinga e che poi ha naturalmente mantenuto quale vescovo di Roma: “cooperatoresveritatis”, che significa appunto “cooperatori della verità”.
Infatti non è un singolare, ma un plurale, tratto dalla Terza Lettera di Giovanni, nella quale al versetto 8 è scritto: “Noi dobbiamo accogliere queste persone per diventare cooperatori della verità”.
Dall’elezione del suo successore Francesco il 13 marzo 2013 non vi sono dunque due papi, ma de facto un ministero allargato – con un membro attivo e un membro contemplativo. Per questo Benedetto XVI non ha rinunciato né al suo nome, né alla talare bianca. Per questo l’appellativo corretto con il quale rivolgerglisi ancora oggi è “Santità”; e per questo, inoltre, egli non si è ritirato in un monastero isolato, ma all’interno del Vaticano – come se avesse fatto solo un passo di lato per fare spazio al suo successore e a una nuova tappa nella storia del papato che egli, con quel passo, ha arricchito con la “centrale” della sua preghiera e della sua compassione posta nei Giardini vaticani.
(…) Con un atto di straordinaria audacia egli ha invece rinnovato quest’ufficio (anche contro l’opinione di consiglieri ben intenzionati e senza dubbio competenti) e con un ultimo sforzo lo ha potenziato (come spero). Questo certo lo potrà dimostrare unicamente la storia.
Ma nella storia della Chiesa resterà che nell’anno 2013 il celebre Teologo sul Soglio di Pietro è diventato il primo “Papa emeritus” della storia.
Da allora il suo ruolo – mi permetto ripeterlo ancora una volta – è del tutto diverso da quello, ad esempio, del santo papa Celestino V, che dopo le sue dimissioni nel 1294 avrebbe voluto ritornare eremita, divenendo invece prigioniero del suo successore Bonifacio VIII (al quale oggi dobbiamo nella Chiesa l’istituzione degli anni giubilari). Un passo come quello compiuto da Benedetto XVI fino ad oggi non c’era appunto mai stato.
(…) Non ai papi ma a Cristo, al Signore stesso e a nessun altro appartiene la navicella di Pietro frustata dalle onde del mare in tempesta, quando sempre di nuovo temiamo che il Signore dorma e che non gli importi delle nostre necessità, mentre gli basta una sola parola per far cessare ogni tempesta; quando invece a farci cadere di continuo nel panico, più che le alte onde e l’ululato del vento, sono la nostra incredulità, la nostra poca fede e la nostra impazienza.

ESPLOSIVE DICHIARAZIONI DI MONS. GAENSWEIN: C’E’ UN “MINISTERO ALLARGATO” E BENEDETTO XVI E’ ANCORA PAPA. COM’E’POSSIBILE? COSA C’E’ DIETRO? ED E’ QUESTO CHE ANCORA “IMPEDISCE” A BERGOGLIO DI AFFONDARE IL COLPO DEFINITIVO SULLA CHIESA INDUCENDOLO A MILLE AMBIGUITA’?Posted: 22 May 2016

Il giallo continua e – nella bandiera vaticana – sta ormai sommergendo il bianco. Infatti le dichiarazioni di ieri di mons. Georg Gaenswein, sullo “status” di Benedetto XVI e di Francesco, sono dirompenti (don Georg è segretario di uno e Prefetto della Casa pontificia per l’altro).
A questo punto non si capisce più cosa è accaduto in Vaticano nel febbraio 2013 e cosa sta accadendo oggi.
Prima di vedere queste dichiarazioni riassumo la vicenda che ha messo la Chiesa in una situazione mai vista.




STRANA RINUNCIA

Dopo anni di durissimi attacchi, l’11 febbraio 2013 Benedetto XVI annuncia la sua clamorosa “rinuncia”, sui cui motivi reali sono lecite molte domande (aveva iniziato il suo pontificato con una frase clamorosa: “Pregate per me, perché io non fugga per paura davanti ai lupi”).Peraltro, a tre anni e mezzo di distanza, si è potuto appurare che non c’erano problemi di salute incombenti, né di lucidità.
La sua “rinuncia” fu formalizzata con una “declaratio”, in un latino un po’ sgangherato (quindi non scritto da lui) e senza richiamare – come sarebbe stato ovvio – il canone del Codice di diritto canonico che regola la stessa rinuncia al papato.Una svista? Una scelta? Non si sa. In ogni caso la rinuncia al papato non era una novità assoluta. Ce ne sono state altre, in duemila anni, seppure molto rare. Quello che non c’è mai stato è un “papa emerito” perché tutti quelli che hanno lasciato sono tornati al loro status precedente.
Invece Benedetto, circa dieci giorni dopo la rinuncia, e prima dell’inizio della sede vacante, fece sapere – sconfessando anche il portavoce – che egli sarebbe diventato “papa emerito” e sarebbe rimasto in Vaticano.

UNO SCRITTO RISERVATO?

Tale inedita scelta non è stata accompagnata da un atto che la formalizzasse e definisse il “papato emerito” dal punto di vista canonistico e teologico.
E questo è molto strano. Così è rimasta indefinita una situazione delicatissima e dirompente. A meno che vi sia qualcosa di scritto che però è rimasto riservatissimo…Del resto secondo gli addetti ai lavori la figura del “papato emerito” non c’entra nulla con l’episcopato emerito, istituito dopo il Concilio, in quanto l’episcopato è il terzo grado del sacramento dell’ordine e – quando un vescovo a 75 anni rinuncia alla giurisdizione su una diocesi – resta sempre vescovo (la Chiesa ha precisamente codificato in un atto ufficiale tutte le prerogative dell’episcopato emerito).Il papato invece non è un quarto grado dell’ordine e i canonisti hanno sempre ritenuto che rinunciandovi si potesse tornare solo vescovi (così è stato per duemila anni).Invece papa Ratzinger – uomo di raffinata dottrina – è “papa emerito” e ha conservato sia il nome Benedetto XVI che il titolo “Santo Padre” e pure le insegne pontificie nello stemma (cosa che ha stupito perché in Vaticano i simboli sono molto importanti).Tutto questo non certo per vanità personale. Ratzinger è famoso per il contrario: ha sempre vissuto come un peso le cariche e fece di tutto per non essere eletto papa.
La domanda che dunque rimbalza, da tre anni, nei palazzi vaticani, è questa: si è dimesso davvero o – per ignote ragioni è ancora papa, sia pure in una forma inedita?
Ad alimentare il mistero c’è pure il discorso di commiato che egli fece nell’udienza del 27 febbraio 2013, nel quale – rievocando il suo “sì” all’ elezione, nel 2005 – disse che era “per sempre” e spiegò:
“Il ‘sempre’ è anche un ‘per sempre’ – non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo”.
Erano parole che avrebbero dovuto mettere tutti sul chi va là (si trattava di una rinuncia al solo “esercizio attivo” del minister petrino? Era plausibile?).
Ma, in quel febbraio-marzo 2013, tutti si guardarono bene dall’andare a chiedere al papa il perché della sua rinuncia, il senso di quelle sue parole del 27 febbraio e la definizione della carica di “papa emerito”.


DUE PAPI?

Lo stesso papa Francesco – eletto il 13 marzo 2013 – si trovò in una situazione inedita che poi lui contribuì a rendere ancora più enigmatica, fin dalla sera dell’elezione, perché si affacciò dalla loggia di San Pietro senza paramenti pontifici e definendosi sei volte “vescovo di Roma”, ma mai papa (oltretutto non ha messo il pallio – simbolo dell’incoronazione pontificia – nello stemma).Come se non bastasse Francesco ha continuato a chiamare Joseph Ratzinger: “Sua Santità Benedetto XVI”.Insomma c’era un papa regnante che non si definiva papa, ma vescovo e che poi chiamava papa colui che – stando all’ufficialità – non era più papa, ma era tornato vescovo. Un groviglio incomprensibile.La Chiesa, per la prima volta nella storia, si trovava con due papi: a dirlo fu lo stesso Bergoglio, nel luglio 2013, sul volo che dal Brasile lo riportava in Italia.In seguito qualcuno deve avergli spiegato che – per la divina costituzione della Chiesa – non possono esserci due papi contemporaneamente e allora ha ripiegato, nelle successive occasioni, sull’analogia con l’“episcopato emerito”. Ma anche lui sa che non c’è nessuna analogia, per le ragioni che ho detto sopra e perché non c’è nessun atto formale di istituzione del “papato emerito”.

IPOTESI

Qualche canonista ha cercato di decifrare – dal punto di vista giuridico e teologico – la nuova, inaudita situazione.
Stefano Violi, studiando la “declaratio” di papa Benedetto, conclude:
“(Benedetto XVI) dichiara di rinunciare al ‘ministerium’. Non al Papato, secondo il dettato della norma di Bonifacio VIII; non al ‘munus’ secondo il dettato del can. 332 § 2, ma al ‘ministerium’, o, come specificherà nella sua ultima udienza, all’‘esercizio attivo del ministero’…”.
Poi Violi prosegue:
“Il servizio alla chiesa continua con lo stesso amore e la stessa dedizione anche al di fuori dell’esercizio del potere. Oggetto della rinuncia irrevocabile infatti è l’ ‘executiomuneris’ mediante l’azione e la parola (agendo et loquendo) non il ‘munus’ affidatogli una volta per sempre”.
Le conseguenze di un fatto simile però sarebbero dirompenti.Un altro canonista, Valerio Gigliotti ha scritto che la situazione di Benedetto apre una nuova fase, che definisce “mistico-pastorale”, una “nuova configurazione dell’istituto” del Papato che “è attualmente al vaglio della riflessione canonistica”. Anche questo è dirompente.




LA BOMBA DI DON GEORG

Ieri poi, mons. Gaenswein, alla presentazione di un libro su Benedetto XVI, ha spiegato che il suo pontificato va letto a partire dalla sua battaglia contro “la dittatura del relativismo”.Poi ha testualmente dichiarato:
“Dall’elezione del suo successore, Papa Francesco – il 13 marzo 2013 – non ci sono dunque due Papi, ma di fatto un ministero allargato con un membro attivo e uno contemplativo. Per questo, Benedetto non ha rinunciato né al suo nome né alla talare bianca. Per questo, l’appellativo corretto con il quale bisogna rivolgersi a lui è ancora ‘Santità’. Inoltre, egli non si è ritirato in un monastero isolato, ma all’interno del Vaticano, come se avesse fatto solo un passo di lato per fare spazio al suo Successore e a una nuova tappa della storia del Papato che egli, con quel passo, ha arricchito con la centralità della preghiera e della compassione posta nei Giardini vaticani”.
Si tratta di dichiarazioni esplosive, il cui significato è tutto da capire. Che vuol dire infatti che dal 13 marzo 2013 c’è “un ministero (petrino) allargato con un membro attivo e uno contemplativo”?
E dire che Benedetto ha fatto “solo” (sottolineo quel “solo”) un “passo di lato per fare spazio al Successore”? Addirittura parla di “una nuova tappa nella storia del Papato”.
E tutto questo – dice Gaenswein – fa capire perché Benedetto “non ha rinunciato né al suo nome né alla talare bianca” e perché “l’appellativo corretto con il quale bisogna rivolgersi a lui è ancora ‘Santità’”.
Una cosa è certa: è una situazione anomala e misteriosa. E c’è qualcosa di importante che non viene detto.
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Antonio Socci
Da “Libero”, 22 maggio 2016