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SU AMORIS LAETITIA I VESCOVI ITALIANI NON HANNO «DUBBI»: GLI ATTIVISTI LGBT ENTRANO NEI PIANI PASTORALIdi Don Riccardo Cascioli

 Se sulla esortazione apostolica Amoris Laetitia quattro cardinali hanno espresso cinque "Dubia" (dubbi), vale a dire delle domande di chiarimento che vanno al cuore della fede cattolica, chi non ha assolutamente dubbi è la CEI, la Conferenza episcopale italiana. Lo scorso fine settimana ha radunato ad Assisi oltre 500 responsabili diocesani di pastorale familiare per riflettere sulla Amoris Laetitia e individuare le linee pastorali in materia. In realtà per i convenuti c’era ben poco da riflettere, solo prendere atto di ciò che i responsabili Cei avevano già deciso. E dietro tanti discorsi fumosi – così almeno appaiono dal resoconto della tre giorni pubblicato ieri da Avvenire – è chiaro che gli obiettivi sono due, i soliti: comunione ai divorziati risposati e promozione dell’omosessualità. 

Per capire l’antifona bastano le poche citazioni riportare da Avvenire. Si deve passare dalla Familiaris Consortio alla Amoris Laetitia, dice ad esempio un poetico don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio famiglia della Cei: «Con le stesse note è stata scritta una musica completamente nuova». Tradotto vuol dire: scordatevi san Giovanni Paolo II. Monsignor Vincenzo Paglia, neo presidente della Pontificia Accademia per la Vita e Gran Cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II sulla famiglia cade invece in un umorismo involontario quando dice – lui che ha ancora qualche guaio con le procure - che «non siamo più schiavi della legge ma figli della libertà della Grazia». 

E poi c’è il teologo moralista Basilio Petrà secondo cui la «tradizionale posizione cattolica» non consiste nel «compiere sempre la norma come si dà oggettivamente», ma nel «fare ogni momento il bene che appare possibile e doveroso in coscienza»; così si «rimane in grazia di Dio, anche se oggettivamente non ci fosse coincidenza con la norma». Traduciamo in immagini: il comandamento dice "non commettere adulterio", ma se in un dato momento non mi trattengo e mi concedo un’avventura o un’altra relazione resto comunque in grazia di Dio se ritengo che questo sia il massimo che riesco a fare. E lo stesso dovrebbe valere per il furto, l’omicidio e via dicendo. Una concezione che così espressa potrebbe creare qualche problema perfino ai protestanti, e che sicuramente scandalizzerebbe qualsiasi buon cattolico che abbia studiato appena un po’ di catechismo; ma per il professor Petrà questa è la tradizionale posizione cattolica. Complimenti.

Ma la questione più scottante riguarda l’omosessualità, ovvero la presentazione di testimonianze e linee pastorali di accoglienza che vanno nella esclusiva direzione dell’accettazione non delle singole persone, ma dell’omosessualità come tale, vissuta in realtà di coppia. E guarda caso a fare da mattatore insieme ad altri "testimoni" – di cui meglio riferisce 
Repubblica – c’era ancora quel padre Pino Piva, gesuita, già protagonista di una trasmissione alcuni mesi fa su Tv2000 che aveva scandalizzato molte persone per i suoi contenuti sfacciatamente pro-omosessualità e a favore di relazioni omosessuali di coppia. Qualcuno, benevolo o ingenuo, aveva detto che quel programma all’insegna di «l’importante è l’amore» era probabilmente un incidente, un errore di qualche redattore poco avvertito. Balle, il convegno CEI di Assisi dimostra che la strada che si vuole percorrere è proprio quella di legittimare i rapporti omosessuali come tali, una semplice variante della natura umana. E del resto, non è lo stesso Avvenire che per mesi – discutendo la legge Cirinnà – ha chiesto il riconoscimento delle unioni omosessuali basta che non siano parificate alla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna?Sia ben chiaro: qui non è in discussione l’accoglienza per la persona con tendenze omosessuali, che nella Chiesa – checché ne dica Avvenire e qualche papavero CEI – c’è sempre stata (chiedere ai tanti preti che passano ore e ore in confessionale). Ciò che prima non era accettata come normale e proponibile è l’omosessualità in quanto tale. E invece oggi è proprio questo che sta proponendo la CEI, e in tante diocesi ormai c’è una pastorale che consiste nell’incoraggiamento della associazioni Lgbt cristiane, che poi chiamano accompagnamento. Ma in questo modo si fa solo attivismo gay, non certo il bene delle persone con tendenze omosessuali. Tanto è vero che la CEI si guarda bene dall'invitare a incontri come quello di Assisi quelle esperienze di accompagnamento – vedi Courage o l’Associazione Lot di Luca di Tolve – che propongono percorsi che partono dal riconoscimento della sofferenza insita nella condizione di omosessualità, in sintonia con quanto anche si trova nel Catechismo. Ma figurarsi se di questi tempi può essere proponibile il Catechismo: direbbe monsignor Paglia che «non siamo più schiavi della legge». 

Dubia e comunione ai divorziati risposati caso per caso: l'impossibile quadratura del cerchio di Lorenzo Bertocchi29-11-2016

Tra le reazioni seguite alla lettera dei quattro cardinali con i Dubia sull'interpretazione del capitolo VIII di Amoris laetitia, alcune, le più articolate, risolvono le questioni centrandosi sul rapporto tra situazione oggettiva di peccato e imputabilità soggettiva del peccatore. Questa sarebbe la porta entro cui far passare una pastorale del "caso per caso".

«Il gioco delle opposizioni tra "soggettivo" e "oggettivo" assomiglia ad una specie di quadratura del cerchio», dice alla Nuova BQ lo studioso tedesco Armin Schwibach, oggi incaricato all'Ateneo pontificio Regina Apostolorum, professore di filosofia con studi in teologia alla Gregoriana e alla Lateranense. Lo abbiamo contattato per una riflessione sulle interessanti considerazioni che il professor Rocco Buttiglione ha pubblicato sul portale web Vatican Insider in risposta ai dubia dei quattro cardinali.

Nella soluzione data da Buttiglione al primo dubium, egli risponde che sì, un confessore può dare l'assoluzione nel caso di una coppia di divorziati risposati conviventi more uxorio, mentre, nello stesso tempo, il professore ribadisce che gli atti sessuali fuori dal matrimonio sono illegittimi. Professor Schwibach, pare che Buttiglione da una parte sostenga che un confessore può dare l'assoluzione nel caso indicato, ma poi il penitente deve impegnarsi "ad uscire dalla situazione di peccato". A questo punto il "sì" al primo dubia sembra risolversi in una sorta di conferma indiretta di quanto già espresso da Familiaris consortio al n°84. Cosa ne pensa? Penso innanzitutto che il Prof. Buttiglione tenti una specie di quadratura del cerchio, impresa impossibile, ma schema "allettante" nel costante gioco delle opposizioni tra "soggettivo" e "oggettivo", che è presente in tutte le sue risposte ai "dubia". Spesso tale opposizione si usa per nascondere la fondamentale contraddittorietà dei principi applicati. Il metodo è quello di una forzata ermeneutica di "riforma in continuità", dove la "riforma" consiste nell’accettazione di situazioni soggettive determinate da circostanze (anche estreme) e dove la "continuità" vorrebbe essere garantita dall’affermazione assoluta di un principio, visto però nella sua idealità. Quindi l’affermazione di Familiaris consortio 84 si presenta come affermazione di un ideale, mentre prima di giungervi è possibile anche altro (lecito benché illegittimo). Questo rappresenta il nucleo dell’ambiguità del testo in oggetto, che è poi la motivazione che ha spinto i signori cardinali a formulare le loro domande. In un'altra risposta il professor Buttiglione richiama il canone 915 del codice di diritto canonico. E afferma che tale «canone non esprime un precetto né di diritto naturale, né di diritto divino». Ma leggendo la Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 2000 si evidenzia, invece, che questo canone offre una proibizione [all'accesso all'eucaristia per i divorziati risposati] che «per sua natura, deriva dalla legge divina e trascende l'ambito delle leggi ecclesiastiche positive». Come mai questa differenza? E' una differenza essenziale. Ciò che afferma la "Dichiarazione" coincide con la dottrina della Chiesa e chiarisce inoltre che le leggi positive ecclesiastiche non permettono modifiche che si oppongano alla dottrina della Chiesa. La "Dichiarazione" spiega che è il peccato grave, che impedisce l’ammissione alla Santa Comunione, a prescindere da quello che potrebbe verificarsi nel soggetto. Questo peccato grave è da comprendere nella sua oggettività, perché nessuno è in grado di conoscere lo stato soggettivo della persona. A ciò si aggiunge un altro aspetto che la "Dichiarazione" evidenzia: «Nel caso concreto dell’ammissione alla sacra Comunione dei fedeli divorziati risposati, lo scandalo, inteso quale azione che muove gli altri verso il male, riguarda nel contempo il sacramento dell’Eucaristia e l’indissolubilità del matrimonio. Tale scandalo sussiste anche se, purtroppo, siffatto comportamento non destasse più meraviglia: anzi è appunto dinanzi alla deformazione delle coscienze, che si rende più necessaria nei Pastori un’azione, paziente quanto ferma, a tutela della santità dei sacramenti, a difesa della moralità cristiana e per la retta formazione dei fedeli». San Giovanni Paolo II, tra l'altro, conferma questa dottrina nella sua enciclica "Ecclesia de Eucaristia".

Ecco dunque la mia breve risposta: dire che il canone 915 "non esprime un precetto né di diritto naturale, né di diritto divino" è un errore (anche grave), in piena contraddizione con la dottrina. Il prof. Buttiglione torna ancora nella distinzione tra una situazione oggettiva ed una soggettiva del peccatore, arrivando poi a teorizzare una differenza tra peccato grave e peccato mortale. Ma Giovanni Paolo II, mi pare, avesse in qualche modo stigmatizzato tale distinzione nell'esortazione Reconciliatio e Paenitentia (1984). Inoltre, la domanda posta nel dubia numero 3 si riferisce chiaramente alla situazione "oggettiva" (pubblica) della condizione di peccato abituale che due conviventi more uxorio si trovano a vivere. Forse il professore è andato "fuori tema"? Faccio una premessa: San Giovanni Paolo II chiarisce: "Senza dubbio si possono dare situazioni molto complesse e oscure sotto l'aspetto psicologico, che influiscono sulla imputabilità soggettiva del peccatore. Ma dalla considerazione della sfera psicologica non si può passare alla costituzione di una categoria teologica, qual è appunto l'«opzione fondamentale», intendendola in modo tale che, sul piano oggettivo, cambi o metta in dubbio la concezione tradizionale di peccato mortale" (Reconciliatio et Paenitentia 17). Il professore opera ancora il già menzionato "gioco" tra i livelli del "soggettivo" e dell’ "oggettivo". Si nota una fondamentale diffidenza e limitazione della capacità cognitiva e della libertà di volontà dei singoli. Questo può senz’altro valere nella sfera di singole decisioni morali errate, ma secondo la dottrina della Chiesa sicuramente non per decisioni che riguardano la vita (dell’uomo con sé stesso e con Dio). Secondo la dottrina del Concilio di Trento, Dio all’uomo non chiede l’impossibile né lo pone davanti a puri "ideali". Nella risposta al dubia numero 5 Buttiglione sembra fare un esempio, quello di Zaccheo, che si riferisce ad una norma positiva ("restituire il maltolto") e non sembra affrontare il cuore del dubium, proponendo per l'ennesima volta la distinzione tra situazione soggettiva e oggettiva. Ma di fronte alle norme morali assolute, come "non commettere adulterio", è possibile che la coscienza in qualche modo si metta in tensione con il Comandamento divino fino a valutare come "bene possibile" la sua azione? No. L’affermazione di una tale possibilità è il vizio di tutte le etiche che vorrebbero far derivare i loro principi da contesti e situazioni. La dottrina della Chiesa rifiuta la negazione dell’esistenza di una legge morale oggettiva e assoluta, la cui assolutezza deriva dagli oggetti ai quali si riferisce. Un’azione negativa in sé non potrà mai essere giustificata per eventuali conseguenze "buone" che ne deriverebbero. La coscienza morale è in grado di conoscere e di discernere ciò che è oggettivamente buono o cattivo. Ciò che è buono o cattivo in un’azione non dipende dalle intenzioni buone o cattive. Non è la coscienza morale che decide sulla bontà di qualcosa, ma riconosce il bene ( o il male) e agisce di conseguenza. La coscienza morale agisce secondo la verità e dipende dalla verità. Non crea nuove verità. E la verità è una qualità assoluta, che non permette il suo dissolvimento in diverse verità solo quantitativamente descrivibili. La coscienza morale segna la presenza di un punto di vista assoluto nei limiti di un essere umano finito. Questo assoluto e questa oggettività sono già presenti nell’uomo. Il bene si mostra e in quanto tale determina l’azione, non accade il contrario. Quindi da una parte la coscienza morale conduce l’uomo al di là di se stesso, quindi essa è luogo di autotrascendenza e relativizza la propria limitatezza e immanenza, dall’altra riporta l’uomo in se stesso e lo pone davanti alle sue responsabilità, che non sono né derogabili né delegabili. Veramente buono è solo ciò che e buono soggettivamente e oggettivamente. Una presunta bontà soggettiva (che però è negativa e cattiva) non potrà mai produrre alcun bene oggettivo. Se si spacca tale unione tra soggettivo e oggettivo si spacca l’unità della persona umana 

L'intollerabile aggressione ai "quattro cardinali" Ecco chi sono i nuovi Inquisitoridi Don Riccardo Cascioli01-12-2016

Li hanno dipinti come "vecchi rincoglioniti", quattro cardinali isolati e fuori dal mondo, rimasuglio di una Chiesa ormai superata che vede solo la rigidità della dottrina e non capisce la Misericordia che entra nelle pieghe della vita. Insomma, uno scarto della Chiesa, un’appendice marginale neanche degna di un "sì" o un "no" alle loro domande. 
Eppure devono averne una gran paura se da giorni stiamo assistendo a un crescendo di insulti e accuse pesanti, ormai un vero e proprio linciaggio mediatico, contro i quattro cardinali – Raymond Burke, Walter Brandmuller, Carlo Caffarra e Joachim Meisner – rei di aver resi pubblici 
cinque "Dubia" già presentati a papa Francesco riguardo all'esortazone apostolica Amoris Laetitia. Addirittura siamo arrivati a richieste di dimissioni dal collegio cardinalizio o, in alternativa, suggerimenti al Papa di togliere loro la berretta cardinalizia.

I protagonisti sono i più vari: vescovi che hanno da regolare conti personaliex filosofi che rinnegano il principio di non contraddizionecardinali amici di papa Francesco che malgrado l’età non hanno abbandonato i sogni rivoluzionari, intellettuali e giornalisti che si considerano "guardiani della rivoluzione", e l’immancabile padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica e vera eminenza grigia di questo pontificato, tanto da essere conosciuto a Roma come il vice-Papa. Quest’ultimo poi, come un adolescente qualsiasi, si è reso protagonista di bravate sui social che lasciano esterrefatti: dapprima con un tweet ha apostrofato il cardinale Burke paragonandolo al "verme idiota" del Signore degli anelli (tweet poi cancellato); quindi si è messo a rilanciare tweet offensivi nei confronti dei quattro cardinali partiti dall’account "Habla Francisco" (Parla Francesco), che si è scoperto ieri riportare all’indirizzo e-mail di padre Spadaro alla Civiltà cattolica. E poi l’immancabile Alberto Melloni, punto di riferimento della Scuola di Bologna che lavora per una riforma della Chiesa fondata sullo "spirito" del Concilio Vaticano II.

È un vero e proprio nuovo tribunale dell’Inquisizione che, colpendo i quattro, intende intimidire chiunque abbia l’intenzione di esprimere anche semplici domande, figurarsi chi volesse esternare delle perplessità.

È un atteggiamento inquietante, una difesa del Papa quanto meno sospetta da parte di chi ha apertamente contestato i predecessori di papa Francesco. E solo per aver posto delle semplici domande di chiarimento a proposito dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia che, come chiunque può constatare, ha dato origine a interpretazioni opposte e sicuramente non conciliabili. Al proposito bisogna ricordare che i "Dubia" sono uno strumento molto utilizzato nel rapporto tra vescovi e Congregazione per la Dottrina della Fede (e attraverso questa con il Papa). La novità in questo caso è semplicemente nell’aver resi pubblici questi Dubia, ma dopo ben due mesi di vana attesa di una risposta, che i quattro cardinali hanno legittimamente interpretato come un invito a proseguire la discussione.

Eppure per Melloni si tratta di «un atto sottilmente eversivo, parte di un gioco potenzialmente devastante, con ignoti mandanti, condotto sul filo di una storia medievale». Atto eversivo, spiegherà Melloni in un’altra intervista, perché fare domande significa mettere il Papa sotto accusa, un metodo da inquisizione. Cose da non credere: chiedere chiarimenti è diventata un’attività eversiva, da Inquisizione. E gli «ignoti mandanti» poi: accuse vaghe, scenari fantasiosi ma che devono dare l’impressione di una cospirazione da fronteggiare con decisione. E infatti ecco il passaggio successivo: «Chi porta attacchi come questo (…) è qualcuno che punta a dividere la Chiesa», dice. E quindi ecco le conseguenze auspicate: «…nel diritto canonico è un crimine, punibile».

Addirittura criminali, dunque, perché vogliono dividere la Chiesa. Poco importa se la realtà è esattamente opposta: la spinta a rivolgere delle domande al Papa nasce proprio dalla constatazione della divisione nella Chiesa che si è palesata con le opposte interpretazioni di Amoris Laetitia.

C’è proprio puzza di maoismo nella Chiesa, rumore di Guardie Rosse e di avanguardie rivoluzionarie; ci mancano solo i campi di rieducazione. Anzi no, pare che già ci siano anche quelli, almeno stando al solito Melloni. Infatti, ci spiega il perché papa Francesco non abbia usato nei confronti di monsignor Lucio Vallejo Balda – nelle carceri vaticane per lo scandalo Vatileaks – quella clemenza che ha invece invocato per i carcerati nei vari paesi del mondo: «A fine Giubileo si capisce il perché: papa Francesco non vedeva in quel processo una procedura penale, ma un gesto pedagogico verso gli avversari» che ora «rischiano molto». Insomma, colpirne uno per educarne cento. 

Si tratta di una lettura davvero inquietante, a maggior ragione se si pensa che quanti oggi si scatenano a difesa del Papa per delle semplici domande di chiarimento che dovrebbero essere normali, fino a ieri contestavano apertamente i predecessori di papa Francesco. Anzi, vedono oggi in papa Francesco la possibilità di cancellare quanto sulla famiglia hanno insegnato Paolo VI e Giovanni Paolo II. L’enciclica Humanae Vitae(Paolo VI) e l’esortazione apostolica Familiaris Consortio (Giovanni Paolo II) sono state nel mirino di vari episcopati europei (Austria, Germania, Svizzera, Belgio) anche nel recente doppio Sinodo sulla famiglia.

E chi di costoro si è scandalizzato quando il cardinale Carlo Maria Martini ha scritto chiaro e tondo (Conversazioni notturne a Gerusalemme) che l’Humanae Vitae ha prodotto «un grave danno» col divieto della contraccezione cosicché «molte persone si sono allontanate dalla Chiesa e la Chiesa dalle persone»? E ha auspicato un nuovo documento pontificio che la superi, soprattutto dopo che Giovanni Paolo II seguì «la via di una rigorosa applicazione» della Humanae Vitae? Certamente nessuno, perché ciò che conta non è l’oggettività del Magistero (il cui riferimento è la Rivelazione di Dio), ma il progetto ideologico di queste avanguardie sedicenti interpreti della volontà popolare.

E allora c’è un’intima coerenza nel fatto che i papisti di oggi siano i ribelli di ieri. Sì, ribelli. Perché da Paolo VI in poi, questi vescovi e intellettuali, questi maestri di obbedienza al Papa, hanno dichiarato guerra al Magistero in quanto non recepiva lo spirito del Vaticano II; hanno firmato manifesti, documenti e appelli in cui contestavano apertamente il Papa regnante, fosse Paolo VI, Giovanni Paolo II o Benedetto XVI. Ricordiamo almeno il pesante documento del noto moralista tedesco Bernard Haring nel 1988 contro Giovanni Paolo II che tanto sostegno ricevette in tutta Europa, subito seguito dalla Dichiarazione di Colonia, nel 1989, dello stesso tenore, firmata da numerosi e influenti teologi tedeschi, austriaci, olandesi e svizzeri. E in Italia subito accolta con favore, tra gli altri, da quel Giovanni Gennari  che oggi fa il quotidiano custode dell’ortodossia dalle colonne di Avvenire.

Ma nello stesso anno in Italia arriva anche il Documento dei 63 teologi, una Lettera ai cristiani pubblicata sulle colonne de Il Regno, in cui si contesta apertamente il magistero di Giovanni Paolo II. E nell’elenco dei firmatari ci troviamo nomi noti che hanno imperversato in seminari e atenei pontifici negli ultimi decenni, realizzando un vero e proprio magistero parallelo di cui oggi vediamo gli amari frutti. Facevano le vittime, ma tutti hanno fatto brillanti carriere, qualcuno è anche diventato vescovo come quel monsignor Franco Giulio Brambilla, attualmente vescovo di Novara e in corsa per succedere al cardinale Angelo Scola a Milano. Ma guarda caso, tra le firme troviamo l’immancabile Alberto Melloni, con i suoi colleghi della Scuola di Bologna (Giuseppe Alberigo in testa), il priore della Comunità di Bose Enzo Bianchi, Dario Antiseri, Attilio Agnoletto. 

Sono gli stessi che hanno continuato ad attaccare pubblicamente Benedetto XVI, anche con palesi prese in giro, riguardo alla corretta interpretazione del Concilio Vaticano II che Melloni, Bianchi e co. hanno sempre visto come svolta radicale e irreversibile «nella comprensione della fede ecclesiale», contro l’ermeneutica della riforma nella continuità spiegata da papa Ratzinger. E come non ricordare le vesti stracciate per la scomunica tolta ai lefevriani mentre ora neanche un sospiro si è levato di fronte alle aperture unilaterali di papa Francesco.

Sono questi i personaggi che oggi pretendono di giudicare cardinali, vescovi e laici preoccupati della grave confusione che si è creata nella Chiesa. Una banda di ipocriti e sepolcri imbiancati, che perseguono da decenni una loro agenda ecclesiale, che usano il Papa per affermare un loro progetto di Chiesa, e che oggi si permettono l’arroganza di chi pensa di essere al comando di una vincente e gioiosa macchina da guerra. Sono questi i veri fondamentalisti, sostenuti da una stampa compiacente che non vede l’ora di cancellare definitivamente ogni traccia di identità cattolica. Che però, purtroppo per loro, non soccomberà.