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METODOLOGIA BIBLICA

Per un corretto modo di approccio al discernimento critico, qui di seguito, riportiamo una sintesi dei criteri metodologici seguiti nei lavori del Diacono Lorenzo Ventrudo
 

 

 

 

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4.1 La ricostruzione del Tempio

(Stralcio da Lorenzo Ventrudo,  L’Anticristo che deve ritornare, trattato sull’Anticristo, Fede & Cultura, Verona 2010, pp. 169-1-175).

 

L’ipotesi che formuleremo circa la reale possibilità della ricostruzione del tempio di Gerusalemme, si basa sul testo di Tb 14,4-7.

L’autore biblico presenta, con uno stile che è tipico dell’apocalittica, una profezia “post eventum” o “una pseudo-profezia”. Al tempo in cui cioè l’autore scrive la profezia è già avvenuta. Ciò serve da garanzia per la vera profezia nei vv. 6-7.

Infatti, riferisce S. Virgulin[1] “quando si giunge all’epoca reale dell’agiografo, la profezia non si arresta, ma si spinge verso l’avvenire messianico”.

Al v. 4 è pronunciata la diaspora d’Israele. Vi si allude alla sorte spettante agli abitanti del regno di Giuda, la cui distruzione avvenne nel 587 per opera di Nabucodonosor (cfr. 2Re 25; 2Cr 36,17-21; Ger 52). La riduzione di Israele a deserto è prevista (cfr. Is 64,10-11) così come anche la caduta di Samaria e Gerusalemme per opera degli Assiri nel 722.

Fino alla fine della prova, ossia fino al giorno prefissato per il ritorno dei prigionieri (cfr. Dn 7,25; 12,7), “il tempio di Dio si troverà in una lamentevole condizione e rimarrà bruciato fino ad un certo tempo” (v. 4g).

Il termine greco con cui è tradotto “bruciato” è kaìo, bruciare, dare alle fiamme. Il verbo esprime realisticamente l’avvenimento in cui verosimilmente il tempio fu letteralmente dato alle fiamme data la furia devastatrice dell’invasione assira.

Da fonte storica[2] risulta che nella prima invasione di Nabucodonosor nel 597 “il tesoro del Tempio fu saccheggiato con il tesoro regio, 2Re 24,13; con il secondo attacco, nel 587, il Tempio condivise la rovina della città di David e di Salomone”. Al v. 5b è ascritto alla misericordia di Dio il ritorno dall’esilio (cfr. Is 40,1-3). Quindi “essi – cioè i rimpatriati – ricostruiranno il tempio, ma non uguale al primo, finché sarà completo il computo dei tempi”. Nel 539 Ciro il Grande re dei Medi e dei Persiani conquista Babilonia e nel 538 a.C. emana l’Editto o proclama di amnistia (Esd 1,1-4) che permette agli Ebrei di tornare in Palestina. La ricostruzione del 2° Tempio (detto di Zorobabele Governatore di Gerusalemme, in quanto capo della comunità di reduci che tornò a Gerusalemme), avvenne tra il 520 e il 515 a.C., sotto la spinta profetica di Aggeo e Zaccaria.

Il verbo greco esprimente il termine tecnico della ricostruzione del tempio è ricorrente: oikodomèo, traducibile con costruire, erigere, edificare, rafforzare, ricostruire, restaurare. Comunque sia tradotto, non sembra possibile, dalla semplice analisi letteraria, desumere lo stato tecnico della preesistenza del tempio “bruciato” antecedente quindi al ripristino dei lavori di recupero.

Tuttavia, dal contesto sembra debba escludersi una distruzione totale del 1° Tempio. Ciò sembra essere debolmente confermato da fonte storica che attesta il ristabilimento di un “altare nell’antica posizione” (Esd 3,2-6) effettuato dai primi esuli ritornati in Palestina i quali cominciarono i lavori di restauro sotto la direzione di Sheshbassar (Esd 5,16). Comunque “pare che per allora non sia [stato] fatto altro che liberare il tracciato dalle macerie e probabilmente dai restanti ruderi delle antiche mura e livellare d’intorno; poi i lavori furono interrotti per l’ostruzionismo dei Samaritani” (Esd 4,1-5), per negligenza dei Giudei secondo Agg 1,2.

La prosecuzione dei lavori si ebbe nel 2° anno di Dario, nel 520 a.C. sotto la direzione di Zorobabel e Giosuè e con l’incoraggiamento dei profeti Aggeo e Zaccaria (Esd 4,24; 5,2; Ag 1,1; 2,9; Zc 4,7-10).

I lavori risultano storicamente terminati nel 515 a.C. Da Esd 5,8, risulta dal rapporto di Tattenai, che “il lavoro era solido ed accurato, e i risultati quindi, senza raggiungere lo sfarzo leggendario del Tempio di Salomone, dovettero essere convenienti”.

Da fonte storica[3] si rileva che il 2° Tempio postesilico fu “messo a sacco da Antioco Epifane, nel 167; ‘spogliato’ e ‘profanato’ vi fu introdotto il culto di Zeus Olimpico (1Mac 1,44-49; 2Mac 6,1-6) e cioè ‘l’abominazione della desolazione’ (Dn 9,27; 11,31). Nel 164, “Giuda Maccabeo purificò il Tempio, lo riparò, costruì un nuovo altare, ristabilì nel santuario il candelabro, l’altare dei profumi, la tavola e i veli”.

Nel 20-19 a.C. Erode “intraprese un rifacimento totale, che fu terminato sostanzialmente dieci anni dopo”. Al tempo di questo rifacimento era scomparsa l’arca dell’alleanza per cui il santo dei santi era vuoto. Il tempio fu incendiato il 29 agosto, il 9 del mese d’Abib nel 70 d.C. Nel VII secolo fu eretto dagli architetti bizantini il “duomo della Roccia” o “moschea d’Omar” per il califfo Abd al-Malik. Ancora tutt’oggi tra i Giudei ortodossi è radicata la credenza secondo cui il tempio dovrà essere ricostruito.

Tornando alla profezia di Tb 14,5 vi è specificato che la ricostruzione del tempio non fu tale da eguagliare la magnificenza del primo. La durata dell’esistenza del 2° Tempio è espressa in forma così misteriosa da indicare “probabilmente la venuta dei tempi messianici” (S. Virgulin) anche se la figura stessa del Messia non è menzionata. L’autore – afferma ancora S. Virgulin – sa bene che il ritorno dall’esilio non ha coinciso con l’inzio dell’era messianica. Ai suoi tempi è già ricostruito il secondo tempio, che è stato una delusione (Esd 3.12; Ag 2,3). Ora (al tempo dell’autore) si è in attesa di quel tempo in cui “sarà completato il computo dei tempi”.

In una prospettiva messianica l’era felice sarebbe stata caratterizzata da questi elementi, sempre secondo la classificazione che ne fa S. Virgulin:

1. la conversione di tutti i pagani alla religione del vero Dio;

2. la riunione non più di un gruppo di esuli, ma del resto d’Israele disperso nel mondo;

3. la gloria della nuova Gerusalemme e del tempio definitivo;

4. la gloria dei giusti e l’eliminazione dalla terra di tutti i peccatori e ingiusti (Galbiati).

Questa enucleazione, pur presentando in maniera utile la profezia sul tipo d’era messianica che vivranno gli uomini, ci sembra che non entri adeguatamente nella problematica dei particolari profetici sottaciuti nel testo, pur evidenziandoli senza darne però risposta, quasi a costituirne una “toccata e fuga” dalla vera problematica storica sul tempio di Gerusalemme.

Dunque il ricostruito 2° Tempio, ridotto in dimensione e sontuosità rispetto al , pare che debba perdurare storicamente fino al completamento del “computo dei tempi”, cioè fino al raggiungimento della “pienezza dei tempi” corrispondenti a quelli dell’incarnazione del Cristo: “Dio mandò il suo Figlio, nato da donna” (Gal 4,4).

Ecco in particolare cosa dice il testo di nostro specifico interesse Tb 14,5-6:

v. 5a: Ma Dio avrà di nuovo pietà di essi e li farà ritornare nel paese d’Israele;

v. 5b: ricostruiranno il tempio, ma non come la prima volta, finché non si compia il tempo prefissato.

v.5c: “Dopo, torneranno tutti dall’esilio e ricostruiranno Gerusalemme nella sua magnificenza e il tempio sarà ricostruito (oìkomèsusin), come hanno preannunciato i profeti d’Israele”.

v. 6: “Tutte le genti (pànta tà èthne) che si trovano su tutta la terra si convertiranno e temeranno Dio della verità. Tutti abbandoneranno i loro idoli, che li hanno fatti errare nella menzogna, e benediranno il Dio dei secoli nella giustizia”.

Il riferimento al ritorno di tutti dall’esilio, dopo la ricostruzione del 2° Tempio, nota giustamente S. Virgulin, “è un’espressione iperbolica che nel contesto di altre analoghe affermazioni” (vv. 6; 7) l’universalismo ivi sotteso “contrasta con gli orizzonti piuttosto limitati cui ai v. 1,3.16; 4,17”.

Al v. 5b è profetizzata la ricostruzione del 2° Tempio, citato; al v. 5c sembra ripetersi un nuovo ritorno dall’esilio e una nuova ricostruzione del tempio. Sembra doversi escludere un “duplicato interpretativo” o “duplicato narrativo[4], perchè “la visione – secondo S. Virgulin – dell’autore ispirato probabilmente a Ez 37,15-27 è così idealizzata da superare ogni possibilità di realizzazione umana – per cui l’autore – penetrato dalle scritture e sostenuto dalle promesse fatte da Dio al suo Popolo, egli le proietta in un tempo futuro ideale, il tempo messianico e con ciò le promesse si spiritualizzano”. Ed è proprio A. Schökel, Decano del Pontificio Istituto Biblico, citato dal S. Virgulin, che rileva come la “doppia ricostruzione del tempio è strana poiché la prima s’inquadra abbastanza bene nel tempo di Esdra mentre la seconda potrebbe riferirsi a fatti del sec. II: nella campagna dell’egiziano Scopas contro il seleucida Antioco III (201-200) la città ed il tempio di Gerusalemme soffrirono gravi danni; vinto Scopas, Antioco concesse facilitazioni al sacerdote Simone per rinnovare o ricostruire il tempio e la città. È il Simone di Sir 50,1-4[5]. Ebbene ci sembra che tale ipotesi non sia sostenibile per le seguenti ragioni:

a) la profezia contestualmente è fortemente tesa all’avvenire messianico che può essere inteso sia in senso dell’avvenuta incarnazione ma anche nel senso dei tempi che predispongono il ritorno del Signore nella gloria;

b) vi è una considerevole insistenza sui concetti universalistici che contrastano con gli “orizzonti limitati” riferiti all’immediato storico, per cui la profezia ha una fortissima tensione escatologica;

c) non sembra affatto “strana” la “doppia ricostruzione del tempio” se s’ipotizza quanto stiamo per asserire.

Ipotizziamo l’esistenza di due “vuoti profetici” o “silenzi profetici” riferiti ad un’escatologia intermedia. L’apofatismo profetico può essere utile a decifrare il “vuoto profetico”, divenendo se stesso, possibilmente ed auguratamente, profezia. Talvolta “tra le righe” nell’indispensabilità dell’aiuto dello Spirito Santo, è possibile cogliere il senso del “non detto del detto” (E. Heidegger); il silenzio profetico può essere altrettanto eloquente della proclamazione profetica.

Analogamente a quanto osservato sopra, anche qui si rileva come alla distruzione/ricostruzione del tempio dei vv. 4b-5b non fa riscontro la distruzione, che non è profetizzata, alla ricostruzione che invece è profetizzata appunto al v. 5c; c'è insomma la profezia riferita alla ricostruzione del tempio di cui non parla di distruzione.

Sembra quindi logico ipotizzare la presenza di un 1° vuoto o silenzio profetico, poiché è taciuta l’ipotizzata distruzione anche del 2° Tempio; altrimenti non avrebbe senso il ricostruire il preesistente tempio se non ne fosse avvenuta per prima la sua distruzione.

Nel versetto citato è vero che il termine greco oìkodomèo è traducibile, tra l’altro, con ricostruire, restaurare, etc..., ma è anche vero che nella traduzione in italiano del testo biblico non compare il verbo “restaurare” ma “ricostruire” il che non sembra affatto casuale perché, in effetti, per ricostruzione s’intende un’edificazione ex novo o riedificazione a partire da qualcosa di preesistente come delle rovine o tracce visibili di fondamenta del cui edificio ne sia avvenuta la distruzione intesa come rasa al suolo, ridotta a nulla, o in pessime condizione da non permetterne l’agibilità. Il verbo restaurare ha una valenza tecnica più debole del riedificare, poiché può significare la restituzione allo stato primitivo dell’edificio-tempio, rifacendolo non totalmente ma rinnovandolo, partendo cioè comunque da una realtà preesistente in qualche modo recuperabile attraverso un intervento tecnico adeguato.

 

Dopo la ricostruzione del 2° Tempio cui si riferisce il v. 5a e di cui gli studiosi ne condividono largamente l’interpretazione, è detto:

v. 5c: “Dopo di ciò, ritorneranno tutti dall’esilio e ricostruiranno splendidamente Gerusalemme”.

 

Se il “dopo”, così come sembra debba essere riferito al completamento del “computo dei tempi” è profetizzato un ritorno di tutti dall’esilio, è anche vero che dal testo non emerge nessuna profezia che faccia riferimento ad una “dispersione” antecedente al ritorno, onde renderne plausibile la consequenzialità logico-storica così come invece è stato fatto ai vv. 4f-5a: esilio/ritorno. Quindi sembra allora logico qui ipotizzare un 2° vuoto profetico o silenzio profetico perchè non è appunto profetizzato nessun esilio dopo lo scadere del “computo dei tempi” e quindi dopo la distruzione ipotizzata del 2° tempio.

Al v. 5c è detto che i dispersi “torneranno tutti dall’esilio e il tempio di Dio sarà ricostruito, come hanno preannunziato i profeti di Israele”. Va notato ancora che la riedificazione del tempio sembra aver senso per “colmare” il vuoto profetico ipotizzato, e dare senso al quesito circa la “stranezza” della “doppia ricostruzione del tempio” lamentata da A. Schökel.

L’estremizzazione escatologica della profezia relativa alla ricostruzione del tempio, dopo che al v. 5c è profetizzata la ricostruzione anche di Gerusalemme, può avere senso storico pur limitato, mentre ai vv. 6 e 7 è profetizzato invece il compimento dell’opera di Dio che si manifesterà nel ristabilimento della ricapitolazione del cosmo in Cristo, e che perciò introduce in una dimensione metastorica degli eventi; ciò può alludere a quel santuario ricostruito realmente per sempre nella Gerusalemme celeste, in cui Cristo risorto esercita il nuovo sacerdozio in qualità di “ministro del santuario e della vera tenda” (Ebr 8,2) non costruito da uomo (Mc 14,58). È altrettanto vero, tuttavia, che storicamente parlando, il 1° vuoto profetico corrisponderebbe, come detto, al tempo seguente l’avvenuta ricostruzione del 2° Tempio postesilico di Zorobabele (520-515 a.C.), riprodotto “non come il primo” di Salomone il quale regnò dal 970 al 933 a.C. È quindi un tempo d’attesa per eventi futuri sempre significativi e perciò di per sè escatolocizzanti.

Il 1° silenzio profetico quindi corrisponderebbe, in prospettiva escatologica (perchè ciò lo esige la sottolineatura universalistica che fortemente caratterizza il contesto) alla non “profetizzata” distruzione del tempio nel 70 d.C. Se dunque per completamento del “computo dei tempi” intendiamo l’equivalente di “pienezza dei tempi” di Gal 4,4, allora la ricostruzione tecnica del tempio può essere intesa storicamente continuativa, quella in editio minor del 2° tempio, come accennato, fino cioè alla nascita e al vissuto storico di Gesù. Distrutto anche questo tempio, e cioè nel 70 d.C., rimandato di nuovo Israele in diaspora, questi, fatti poi ritornare tutti, per decreto divino, di nuovo in Palestina o nuovo Stato d’Israele, ricostruiranno Gerusalemme ed il tempio; nel senso di una ricostruzione sontuosa anche storica quale “sede” atta ad accogliere l’A. Quanto detto sembra adeguato a spiegare quella “stranezza” della doppia ricostruzione del tempio per cui la “seconda” (in ordine storico sarebbe la 3^) ricostruzione può legittimamente essere prevista come realizzazione ai tempi dell’A.

Tutto quanto fin qui sostenuto lo riportiamo in forma sintetica nella Tav. n. 10 per una presentazione sinottica dell’interpretazione biblica dei testi commentati, mentre il testo biblico rivisitato, potrebbe essere così ipoteticamente ricostruito:

 

Tb 14,4g: “Anche Samaria e Gerusalemme diventeranno un deserto e il tempio di Dio sarà nell’afflizione e resterà bruciato fino ad un certo tempo”.

Tb 14,5a: “Poi di nuovo Dio avrà pietà di loro e li ricondurrà nel paese di Israele”.

Tb 5b: “Essi ricostruiranno il tempio, ma non uguale al primo, finché sarà completo il computo dei tempi”.

 

Integrazione profetica proposta:

A = 1° vuoto profetico: 5c: “Anche questo tempio, ricostruito, verrà distrutto”.

B = 2° vuoto profetico: 5d: “Israele sarà mandato in esilio”.

A' = 5e: “Dopo, torneranno tutti dall’esilio e ricostruiranno Gerusalemme nella sua magnificenza”.

B' = 5f: “E il tempio di Dio sarà ricostruito, come hanno preannunziato i profeti di Israele”.

 

Anche dal punto di vista letterario, l’inserzione profetica dei vv. 5c e 5d completerebbe la struttura a chiasmo dei versetti 5e e 5f:

 

A (=5c) - A' (=5e); B (=5d) - B'(=5f)

 

Tutto ciò, come accennato, è riportato nella tavola surriferita. La premessa di fondo che ha consentito di elaborare la succitata ipotesi sul tempio di Gerusalemme, è stata suffragata in particolare sull’interpretazione, largamente condivisa da molti Padri e studiosi, anche moderni. Ippolito prevede che la ricostruzione del tempio debba essere attuata dallo stesso A.

Un’ulteriore conferma autorevole sulla problematica del tempio circa la sua allusione storica e ricostruzione c’è offerta da J. Dupont[6] attraverso una pertinente argomentazione letteraria. In breve l’a. individua, secondo Mt 24,15, nel sostantivo “abominio”, che è neutro in greco, “reggere un complemento maschile che sta-hestόs/participio/neutro”. Da tale irregolarità grammaticale, l’a. osserva che tale participio neutro, hestόs (Mt 24,15), secondo l’evangelista Marco (Mc 13,14), è al maschile “stante-hestēkόta” per cui, il termine “abominazione della desolazione”, potrebbe alludere ad un soggetto personale, all’anticristo di cui si parla in 2Ts 2,1-12.

Ricordiamo che detta espressione è derivata da Dn 9,27 in riferimento alla profanazione del tempio di Gerusalemme, compiuta da Antioco IV Epifane, il quale aveva fatto erigere sull’altare degli olocausti una piccola ara in onore di Zeus Olimpico nel dicembre del 167 a.C. (cfr. 1Mac 1,54ss); una cosa esecranda che provocò la rivolta dei Maccabei. Poiché “tale personaggio viene nello stesso tempo associato al ricordo” “dell’orribile” profanazione del tempio” nell’affermazione che “stà là dove egli non conviene”, vi si riconosce “proprio il tempio di Gerusalemme che velatamente indica”. Si rileva che in Mc 13,14b vi si specifica che l’avvenimento ha luogo in Giudea, ne viene quindi rafforzata l’ipotesi da noi avanzata poiché ne condividiamo pienamente l’interpretazione letterale fatta.

Concordemente con quest’ipotesi interpretativa sembra che ben traduca la TILC, apportandovi forse un contributo di comprensione progressiva del testo, circa l’identificazione personale dell’A.: “Un giorno vedrete nel luogo santo colui che commette l’orribile sacrilegio. Il profeta Daniele ne ha parlato. Chi legge, cerchi di capire” (Mt 24,15; Mc 13,14-23; Lc 21,20-24). Suarez[7], commentando S. Paolo, l’Anticristo “siederà nel tempio di Dio facendosi adorare qual Dio” (2Ts 2,4), afferma: “Non c’è dubbio che l’Apostolo intenda qui il tempio di Gerusalemme come si rileva dagli Atti di S. Luca [atti degli Apostoli, III e V]; allora non esistevano templi cristiani e solo quello di Gerusalemme era chiamato tempio di Dio; non c’è quindi motivo, commenta il Suarez, di andare in cerca di altri templi.

Comunque, ciò non esclude che con san Girolamo, il Crisostomo, ed altri, si possa pure interpretare per tempio di Dio la Chiesa in generale, dove l’Anticristo, spiega Teodoreto, “riuscirà a prendere il primo posto; il posto d’onore, sforzandovi di farsi riconoscere per Dio”. Noi escludiamo tale ultima ipotesi interpretativa, che potrebbe comportare l’identificazione con l’A. di un ecclesiastico, a ragion veduta e per conoscenza diretta dell’identità dell’Anticristo, ricevuta, come già asserito, per rivelazione.

A sostegno della nostra ipotesi interpretativa, ricorriamo ad una pertinente riflessione, che in tema, ci viene offerta da don Divo Barsotti[8]. Per seguire il suo discorso, ricordiamo l’esegesi del v. 5c, poc’anzi riportata: “Dopo di ciò, ritorneranno tutti dall’esilio e ricostruiranno splendidamente Gerusalemme”. Abbiamo osservato: “Se il “dopo”, così come sembra debba essere riferito al completamento del “computo dei tempi” è profetizzato un ritorno di tutti dall’esilio, è anche vero che dal testo non emerge nessuna profezia che faccia riferimento ad una “dispersione” antecedente al ritorno, onde renderne plausibile la consequenzialità logico-storica così come invece è stato fatto ai vv. 4f-5a: “esilio/ritorno”. Commentando Ap 17,5 A. Lancellotti[9] osserva che a partire dalla predicazione profetica del giudaismo prima e dal cristianesimo, poi, Roma è identificata con Babilonia, perché “incarnava la potenza politica mondiale nemica di Dio e del suo popolo”. Ebbene, don Divo Barsotti, soffermandosi sul simbolismo di Babilonia, fa questo ragionamento: “Roma […] è chiamata ‘Babilonia’ prima di tutto perché Babilonia è stato il grande nemico d’Israele che ha distrutto Gerusalemme. Ora è Roma la grande persecutrice della Chiesa […] e rinnova la distruzione di Gerusalemme e la dispersione del popolo di Israele: san Giacomo e san Pietro scrivono ‘alle tribù disperse’. Roma non cesserà di essere ‘Babilonia’ anche se cesserà di essere la persecutrice della Chiesa. Roma è la città in cui Israele, il nuovo Israele anzi, viene deportato in esilio […]. Il nuovo Israele è la Chiesa di Dio. Come Joachin e Sedecia, ultimi re di Gerusalemme, furono deportati a Babilonia, come il sommo sacerdote venne deportato a Babilonia e furono portati via tutti i tesori del tempio, e il tempio di Gerusalemme fu distrutto, così da Gerusalemme si partì Pietro e venne a morire a Roma, e il tempio e Gerusalemme furono nuovamente distrutti. La distruzione di Gerusalemme deve essere unita strettamente alla morte di Cristo, come sua conseguenza necessaria, irreparabile […] Gesù è ora il nuovo Geremia, l’uomo che annuncia la fine [N.d.A.: Mt 24,1-2; Lc 13,34]. Come Gerusalemme è distrutta perché non ha ascoltato il profeta, così Gesù annuncia a Gerusalemme la futura rovina, perché Israele non ha voluto ascoltare il suo Dio. La distruzione di Gerusalemme è il castigo, anzi, per la morte di Cristo. E salvo fu soltanto quel ‘resto’ – che deportato in esilio a Roma, diventerà la Chiesa, il nuovo Israele – […]. Roma non è la nuova città santa: non vi sono più città sante: Roma è la città invece dove è deportato il nuovo Israele in attesa dell’esodo nuovo [N.d.A. Con la premessa del necessario rimpatrio storico in Palestina, per l’adempimento della profezia sulla ricostruzione del 3° Tempio, ai tempi dell’Anticristo!] in attesa della redenzione cosmica”.

Infine, precisiamo che la nostra proposta interpretativa sulla problematica del tempio, analogicamente, “potrebbe ricevere un’inattesa conferma indiretta qualora arrivassero a imporsi le nuove idee del teologo O. Eissfeldt circa l’origine del canone attuale dell’Antico Testamento. Eissfeldt assicura che non esiste un canone alessandrino più ampio che il palestinese. La collezione dei Settanta rappresenterebbe un canone giudaico più antico dell’attuale Bibbia ebraica. I rabbini della scuola – diciamo scuola piuttosto che sinodo – di Jamnia (intorno all’anno 100 della nostra era) avrebbero abbreviato il canone antico, conservato nei Settanta, sia per motivi antiapocalittici e sia per motivi anticristiani”[10].

 


 

[1] VIRGULIN S., Tobia, Ed. Paoline, Roma, 1978, pp. 154-157. Le citazioni fra virgolette susseguentemente riprese dallo stesso a. sono contenute delle pagine anzidette.

[2] ENCICLOPEDIA BIBLICA ILLUSTRATA, Marietti, Torino, 1976, p. 258.

[3] ENCICLOPEDIA BIBLICA ILLUSTRATA, op. cit., ivi pp. 258-261.

[4] BIGUZZI G., Apocalisse, op. cit., ivi a pp. 16-17, informa che fu Vittorino di Poetovio a fissare la regola interpretativa dell’Apocalisse, detta della repetitio, poi chiamata recapitulatio da Ticonio e dai suoi imitatori, secondo la quale l’Apocalisse narra più volte le stesse cose, variando le parole e le immagini. Gli studiosi moderni chiamano tale regola “duplicato interpretativo o narrativo”. Analogamente, così si esprime LUPIERI E., L’Apocalisse di Giovanni, op. cit., ivi pag. 316: “Il presupposto ideale – per eliminare le contraddizioni unificando tutte le scene di giudizio-combattimento – è quella relatività del tempo che, dato il sovrapporsi del tempo acronico di Dio e del tempo storico umano, in qualche modo si trova nella letteratura apocalittica. Giovanni, in sintesi, descriverebbe lo stesso evento di giudizio da punti di osservazione diversi”.

[5] Cfr. VIRGULIN S., cita SCHÖKEL A., op. cit., ivi p. 156.

[6] DUPONT J., Le tre apocalissi sinottiche, EDB, Bologna, 1987, pp. 16-19. Vedasi anche A. POPPI, I quattro Vangeli, commento sinottico, Edizioni Messaggero Padova, VIII edizione, 2004, pp. 211.335.

[7] SUAREZ, citato da A. ARRIGHINI, L’Anticristo, op. cit., ivi pp. 179-180

[8] BARSOTTI D., Meditazione sull’Apocalisse, Edizioni S. Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), 2006, pp. 212-214.

[9] LANCELLOTTI A., Apocalisse, op. cit., ivi p. 141.

[10] POZO C., Teologia dell’aldilà, Paoline, Torino, 1986, pp. 224-225.